La traversata – Maurizio Cucchi

Minor White, Hexagram (Chichi) Water over Fire, 1958

 

Arrivo al porto con l’ansia
e la gioia dell’avventura.
È stato difficile. Voglio dire venir fuori
per vivere. Star dentro
per non morire, e dire:
ventre, acqua, tetto, morbido
cuore, letto.

∗∗∗

Nell’attesa, per quei pochi minuti
mi accomodo sereno e vedo
come un film, per me, la sospensione,
il giorno che agisce fresco e scorre
nei gesti degli uomini.
Sento le cose ruvide
addosso, mie. Le cose
sporche e piene. Così
ci sono dentro. Anch’io.
Sarà la polvere nel vento
leggero, la barca sudicia e il rampone,
la cassetta, il guanto del pescatore,
le macchie d’olio, le cicche,
i saluti scomposti e le risate,
l’odore del cuoio che mi piace.

∗∗∗

L’insegnamento è sempre uguale:
succhiare questa sola radice di terra
con ansia, sfiorare questa macchia di morchia.
Se no perdiamo vita, presente e conoscenza.
Perdiamo conoscenza. L’incontro
dev’essere in attrito
diretto e fisico fino a farsi
abrasivo:
ruvido il mondo,
l’esperienza
abrasiva.
Far fruttare anche il minimo gesto.

∗∗∗

È tutto pieno nel suo passaggio,
vivo. Come l’aurora, il vento
o questo mediocre paesaggio
carico di memoria, affetti,
e quest’angoscia distratta.

∗∗∗

Guardo con attenzione, indugio
diligente e curioso. Non so.
Guardo il furgone azzurro, il risalto
granuloso di ruggine che mangia
materia, che mangia la materia.
L’autista che carica i bagagli,
le unghie cerchiate di nero,
le dita nere, sorridente,
la cicca tra le labbra, la camicia
appiccicata alla schiena.
Max e il camionista che al volo
si passano le casse pesantissime:
da fracassare i muscoli, i muscoli
che invece tengono.

∗∗∗

La traversata, così attesa. Il battello
screpolato, mezz’ora di avventura. Mi sposto,
guardo in alto la casa anche per me
intonacata di luce.
Scavalco la merce, le valigie
e l’operaio che si guarda le mani.
Ha toccato la catena e ha le dita
tutte macchiate di morchia.

∗∗∗

Seduto in fondo, rido per l’acqua
che arriva a schizzi sui sedili
sverniciati. Ho visto il volto terreo
dell’oste, il grande corpo
smangiato e d’improvviso, con un brivido,
il cranio rasato della dolce postina. Parlottavo,
leggero. Ma quando ho mosso lo sguardo
verso l’orizzonte
è sceso un cupo silenzio
e mi ha assorbito. Desideroso
di luce e terra l’orizzonte è una lama,
uno specchio che mi cancella.

∗∗∗

Oppure una linea sottile,
immaginaria, che si intreccia a cappio,
orlo di un precipizio, un Maelström,
che chissà cosa inghiotte e annulla,
divora eternamente; sul disco piatto
della terra, sotto il sole che va.
Una sabbia mobile o un invisibile
immenso borro
di un astro immenso collassato.

∗∗∗

Mi venivano in mente,
mentre guardavo gli amici malati,
certe strane idee.
Dio, anima: parole,
concetti remotissimi, inservibili,
bolle svuotate, strutture
di pensiero arcaico.

∗∗∗

Il marinaio scende nella botola
con uno straccio, fischiettando,
e dal fondo si alza subito un rumore
assordante di macchina. Poi ricompare,
si aggiusta il berretto sulla fronte
e guarda l’orizzonte, indifferente.
Sa già che presto si rivedrà il paese.
Ho sentito la mia voce che diceva:
«Tutto è materia, c’è un vorticare
di materia. Fuori, dentro di noi,
nel cosmo, in questo sasso
che sto gettando in mare, in quello
che tu chiami il vuoto, o che tu chiami
lo spazio. Aggregazioni varie di materia
orribili e mirabili. Campi e forze,
vibrazioni che creano
materia».

∗∗∗

Evapora poi lento, nel tempo
che non sappiamo, lento, in un crescendo
di luminosità, l’enorme
caverna materia, spaziale.
Inarrestabile
diventa allora lieve, evanescente
e il suo orizzonte
al confine estremo delle cose,
degli eventi, sembra dissolversi
e svanire
lasciandosi alle spalle il nulla.

Ma che cos’è
il nulla?

∗∗∗

Allora ho pensato a te,
che mi chiamavi e alzando
quel poco lo sguardo ho osservato
prima indistinta, come una suggestione,
infine quasi chiara, una forma
avanzare, oscillare. Come una nave,
o di sicuro una nave
che rompeva l’orizzonte arrivando
in una strana, confusa evanescenza.
Come un messaggio sbucava, come
un’informazione viva
o superstite, integra,
emersa da un nero immenso tutto.

∗∗∗

Infatti, sulla superficie vasta del deserto
d’ebano galleggiavano avanzi, rottami
rigettati dall’abbraccio del vortice, sottratti
al precipizio eterno.

∗∗∗

Restava poco, pochissimo,
prima di mettere a terra il piede.
Sentivo il cibo covare attivo dentro,
caldo come un’eco di sapore
di calmo conforto silenzioso.
Il corpo-cibo della madre che ti scalda.
Pensavo anch’io: il grembo è tutto.

∗∗∗

Ecco le cose che ancora
sanno di noi, il semplice
che come nostro vive
nella mano e nel gesto,
negli occhi e nel cuore.
Le cose felici, perché nostre,
perché di noi ricolme.
Pierre vide il soldato,
l’ometto nei suoi gesti tondi,
accurati, sciogliersi le cordicelle
della gamba, appendere a un uncino
le scarpe, mettersi a posto gli abiti
che odoravano di lui.
Tutto il male, pensava, non viene
dalla mancanza delle cose,
ma dal loro superfluo.

∗∗∗

Perché l’eccesso – dico io – distrae,
rende discreto, occasionale,
il tuo attrito vivo con le cose
e ti sottrae, così, vita, valore.

∗∗∗

Ho chiuso in tasca il temperino
come inchiodando la freccia del tempo.
Sono qui, nel presente ablativo,
mio

e mettendo già il piede sul suolo
mi fingo a me stesso più goffo
per darmi certezza del felice attrito
col mondo, con la materia
che mi accoglie e accarezza.
Che dolcemente mi azzera.

Maurizio Cucchi

da “Vite pulviscolari”, Lo Specchio Mondadori, 2009

La traversata: vi ricorrono, per confronto o coincidenza, elementi del celebre racconto di E.A. Poe Una discesa nel Maelström e da suggestioni tratti da testi di astrofisica come Buchi neri evanescenti, Stephen Hawking e la scommessa perduta (Nottetempo, Roma 2005) di Monica Colpi.
intonacata di luce: è di Attilio Bertolucci, in Verso le sorgenti del Cinghio.
Pierre: di Guerra e pace.

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