da «Estrazione della pietra di follia» – Alejandra Pizarnik

Lauren Semivan, The Plumb Line, 2014

CANTATRICE NOTTURNA
Joe, macht die Musik damals nacht…

Quella che morí del suo vestito azzurro sta cantando. Canta imbevuta di morte al sole della sua ebbrezza. Dentro la sua canzone c’è un vestito azzurro, c’è un cavallo bianco, c’è un cuore verde tatuato dagli echi dei battiti del suo cuore morto. Esposta a tutte le perdizioni, canta assieme a una bimba smarrita che è lei: il suo amuleto portafortuna. E malgrado la nebbia verde sulle labbra e il freddo grigio negli occhi, la sua voce corrode la distanza che si apre tra la sete e la mano che cerca il bicchiere. Lei canta.

a Olga Orozco
VERTIGINE O CONTEMPLAZIONE DI QUALCOSA CHE FINISCE

Questo lillà si spoglia.
Cade da se stesso
e occulta la sua vecchia ombra.
Morirò pressappoco cosí.

LANTERNA SORDA

Gli assenti soffiano e la notte è densa. La notte ha il colore delle palpebre del morto.
Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola per parola io scrivo la notte.

FIGURE E SILENZI

Mani contratte mi esiliano.
Aiutami a non chiedere aiuto.
Vogliono tramontarmi, mi uccideranno.
Aiutami a non chiedere aiuto.

FRAMMENTI PER DOMINARE IL SILENZIO
I

Le forze del linguaggio sono le dame solitarie, desolate, che cantano attraverso la mia voce che odo lontano. E lontano, sulla sabbia nera, giace una bimba satura di musica ancestrale. Dove la morte autentica? Io ho voluto illuminarmi alla luce della mia mancanza di luce. I rami muoiono nella memoria. La giacente si rintana in me con la sua maschera di lupo. Lei che non ne poté piú e implorò fiamme e ardemmo.

II

Quando alla casa del linguaggio vola via il tetto e le parole non guariscono, io parlo.

Le dame in rosso si smarrirono nelle loro maschere ma torneranno a singhiozzare tra i fiori.

Non è muta la morte. Odo il canto dei dolenti sigillare le fenditure del silenzio. Odo il pianto tuo dolcissimo fiorire il mio silenzio grigio.

III

La morte ha restituito al silenzio il suo prestigio affatturante. E io non dirò la mia poesia e io devo dirla. Anche se la poesia (qui e ora) non ha senso, non ha destino.

RISCATTO

Ed è sempre il giardino dei lillà dall’altro lato del fiume. Se l’anima domanda se è lontano le si risponderà: dall’altro lato del fiume, non questo ma quello.

a Octavio Paz
STARE

Sorvegli da questa stanza
dove l’ombra temibile è la tua.

Non c’è silenzio qui
ma frasi che eviti di udire.

Segni sui muri
narrano la bella lontananza.

(Fa’ che non muoia
se non torno a rivederti.)

LE PROMESSE DELLA MUSICA

Dietro un muro bianco l’arcobaleno screziato. La bambola in gabbia sta creando l’autunno. È il destarsi delle offerte. Un giardino appena creato, un pianto dietro la musica. Che suoni sempre, e nessuno assisterà al movimento della nascita, alla mimica delle offerte, al discorso di quella che sono annodata a questa silenziosa che sono. E che di me non resti se non l’allegria di chi chiese di entrare e gli fu concesso. È la musica, è la morte, è ciò che volli dire in notti screziate come i colori del bosco.

IMMINENZA

E il molo grigio e le case rosse E non è ancora la solitudine E gli occhi vedono un quadrato nero con un circolo di musica lilla nel centro E il giardino delle delizie esiste solo fuori dei giardini E la solitudine è non poterla dire E il molo grigio e le case rosse.

VIE DELLO SPECCHIO
I

E soprattutto guardare con innocenza. Come se nulla fosse, il che è vero.

II

Ma te voglio guardarti finché il tuo viso sarà lontano dalla mia paura come un uccello dal bordo affilato della notte.

III

Come una bimba di pastello rosa su un vecchissimo muro subito cancellata dalla pioggia.

IV

Come quando si apre un fiore e rivela il cuore che non ha.

V

Tutti i moti del mio corpo e della mia voce per fare di me l’offerta, lo stelo che il vento abbandona sulla soglia.

VI

Copri la memoria del tuo viso con la maschera che sarai e spaventa la bambina che fosti.

VII

La notte dei due si dissipò con la nebbia. È la stagione dei cibi freddi.

VIII

E la sete, la mia memoria è la sete, io sotto, sul fondo, nel pozzo, io bevevo, ricordo.

IX

Cadere come un animale ferito nel luogo che sarebbe stato di rivelazioni.

X

Come chi non ama la cosa. Nessuna cosa. Bocca cucita. Palpebre cucite. Dimenticai. Dentro, il vento. Tutto chiuso e il vento dentro.

XI

Al nero sole del silenzio le parole si doravano.

XII

Ma il silenzio è certo. Per questo scrivo. Sono sola e scrivo. No, non sono sola. Qui c’è qualcuno che trema.

XIII

Se ancora dico sole e luna e stella mi riferisco a cose che mi accadono. E io che cosa desideravo?
Desideravo un silenzio perfetto.
Per questo parlo.

XIV

La notte ha la forma di un grido di lupo.

XV

Delizia di perdersi nell’immagine presentita. Io mi alzai dal mio cadavere, andai in cerca di chi sono. Pellegrina di me stessa, sono andata verso quella che dorme in un paese al vento.

XVI

La mia caduta senza fine alla mia caduta senza fine dove nessuno mi aspettava perché guardando chi mi aspettava non vidi altro che me stessa.

XVII

Qualcosa cadeva nel silenzio. Io è stata la mia ultima parola ma mi riferivo all’alba luminosa.

XVIII

Fiori gialli costellano un circolo di terra blu. L’acqua trema piena di vento.

XIX

Abbaglio del giorno, uccelli gialli nel mattino. Una mano spazza le tenebre, una mano trascina la chioma di un’affogata che non smette di attraversare lo specchio. Tornare alla memoria del corpo, devo tornare alle mie ossa in lutto, devo comprendere ciò che dice la mia voce.

ESTRAZIONE DELLA PIETRA DELLA FOLLIA
Elles, les âmes (…), sont malades et elles souffrent et nul ne leur porte-remède; elles sont blessées et brisées et nul ne les panse.
RUYSBROECK 

La luce cattiva ha preso stanza e nulla è certo. E se penso a tutto ciò che ho letto circa lo spirito… Ho chiuso gli occhi, ho visto corpi luminosi che giravano nella nebbia, nello spazio degli ambigui vicinati. Non temere, nulla ti assalirà, violatori di tombe non ce ne sono piú. Il silenzio, il silenzio sempre, le monete d’oro del sogno.

Parlo come si parla in me. Non la mia voce che si ostina ad assomigliare a una voce umana ma l’altra voce che attesta che non ho smesso di abitare nel bosco.

Se tu vedessi quella che dorme senza te in un giardino in rovina nella memoria. Io, là, ubriaca di mille morti, parlo di me con me solo per sapere se è vero che sto sotto l’erba. I nomi non li so. A chi dirai che non sai? Ti desideri altra. L’altra che sei si desidera altra. Che cosa succede nel verde sentiero? Succede che non è verde e che non esiste il sentiero. E ora giochi a essere schiava per nascondere la tua corona, consegnata da chi? Chi ti ha unto? Chi ti ha consacrato? L’invisibile popolo della memoria piú vecchia. Perduta per tua scelta, hai rinunciato al tuo regno per le ceneri. Chi ti fa dolorare ti ricorda antichi onori. Eppure piangi funestamente ed evochi la tua follia e vorresti perfino estrarla da te come se fosse una pietra, lei, il tuo solo privilegio. Disegni su un muro bianco le allegorie del riposo, ed è sempre una regina pazza che giace sotto la luna sopra l’erba triste del vecchio giardino. Ma non parlare dei giardini, non parlare della luna, non parlare della rosa, non parlare del mare. Parla di ciò che sai. Parla di ciò che vibra nel tuo midollo e dà luci e ombre al tuo sguardo, parla del dolore incessante delle tue ossa, parla della vertigine, parla della respirazione, della tua desolazione, del tuo tradimento. È cosí buio, cosí muto il processo a cui mi costringo. Oh parla del silenzio.

A un tratto posseduta da un funesto presentimento di un vento nero che impedisce di respirare, ho cercato il ricordo di un’allegria che mi servisse da scudo, o da arma di difesa, o perfino di offesa. Sembrava l’Ecclesiaste: ho cercato in tutte le mie memorie e nulla, nulla sotto l’aurora dalle dita nere. Il mio dovere (lo compio anche in sogno) è scongiurare ed esorcizzare. A che ora è iniziata la disgrazia? Non voglio sapere. Non voglio altro che un silenzio per me e per quelle che sono stata, un silenzio come la piccola capanna che i bambini sperduti incontrano nel bosco. E io non so che ne sarà di me se nulla rima con nulla.

Ti schianti. È l’incessante disperante, uguale eppure contraria alla notte dei corpi dove appena un fontanile smette un altro appare che rinnova la fine delle acque.

Senza il perdono delle acque non posso vivere. Senza il marmo finale del cielo non posso morire.

In te è notte. Presto assisterai all’animoso imbizzarrirsi dell’animale che sei. Cuore della notte, parla.

Essersi ucciso in chi si era e in chi si amava, essersi e non essersi rigirato come un cielo tormentoso e celeste nello stesso tempo.

Avessi amato piú di questo e insieme nulla.

Va e viene dicendosi solo in solitario andirivieni. Un perdere a goccia a goccia il senso dei giorni. Zimbelli di concetti. Trappole di vocali. La ragione mi mostra l’uscita dello scenario dove eressero una chiesa sotto la pioggia: la donna-lupa deposita il suo rampollo sulla soglia e fugge. C’è una luce tristissima di candele assediate da un soffio maligno. Piange la bimba lupa. Nessun dormiente la ode. Tutte le pesti e le piaghe per quelli che dormono in pace.

Questa voce avida venuta da antichi gemiti. Ingenuamente esisti, ti mascheri da piccola assassina, ti fai paura di fronte allo specchio. Sprofondarmi nella terra e che la terra si chiuda su di me. Estasi immobile. Tu sai che ti hanno umiliato anche quando ti mostravano il sole. Tu sai che non saprai difenderti, mai, che desideri solo presentargli il trofeo, voglio dire il tuo cadavere, e che se lo mangino, e se lo bevano.

Le dimore della consolazione, la consacrazione dell’innocenza, l’allegria inaggettivabile del corpo.

Se a un tratto una pittura si anima e il bimbo fiorentino che guardi ardentemente allunga una mano e ti invita a rimanere al suo fianco nella terribile gioia di essere un oggetto da mirare e ammirare. No (dissi), per essere due bisogna essere diversi. Io sto fuori della cornice ma il modo di offrirsi è lo stesso.

Pagliuzze, pupazzi senza testa, io mi chiamo, io mi chiamo tutta la notte. E nel mio sogno un carromatto da circo pieno di corsari morti nelle loro bare. Un momento prima, con vesti bellissime e bende nere sull’occhio, i capitani saltavano da un brigantino all’altro come onde, belli come soli.

Sicché ho sognato capitani e bare dai colori deliziosi e ora ho paura a causa di tutte le cose che conservo, non uno scrigno di pirati, non un tesoro ben sotterrato, ma ogni cosa in movimento, ogni piccola figura azzurra e dorata gesticolante e danzante (ma dire non dicono), e poi c’è lo spazio nero – lasciati cadere, lasciati cadere –, soglia della piú alta innocenza o forse soltanto della follia. Comprendo la mia paura di una ribellione delle piccole figure azzurre e dorate. Anima divisa, anima condivisa, ho vagato ed errato tanto per fondare unioni con il bimbo dipinto quale oggetto da contemplare, e ciò nonostante, dopo aver analizzato i colori e le forme, mi sono ritrovata a fare l’amore con un fanciullo vivente nello stesso momento in cui quello del quadro si svestiva e mi possedeva dietro le mie palpebre chiuse.

Sorride e io sono una minuscola marionetta rosa con un parapioggia celeste io entro per il suo sorriso, io faccio la mia casetta sulla sua lingua io abito sul palmo della sua mano chiude le dita un pulviscolo dorato un po’ di sangue addio oh addio.

Come una voce non lontana dalla notte arde il fuoco piú esatto. Senza pelle né ossa vanno gli animali per il bosco fatto cenere. Una volta il canto di un solo uccello ti aveva avvicinato al calore piú acuto. Mari e diademi, mari e serpenti. Per favore, guarda come il piccolo teschio di cane sospeso al soffitto dipinto di azzurro si dondola con foglie secche che gli tremano intorno. Crepe e spiragli nella mia persona scappata da un incendio. Scrivere è cercare nel tumulto dei bruciati l’osso del braccio corrispondente all’osso della gamba. Miserabile mistura. Io restauro, io ricostruisco, io cammino cosí circondata di morte. Ed è senza garbo, senza aureola, senza tregua. E quella voce, quell’elegia a una causa prima: un grido, un soffio, un respirare tra dèi. Io racconto la mia veglia. E tu che cosa puoi? Esci dalla tua tana e non intendi. Ritorni a essa e già non importa intendere o no. Torni a uscire e non intendi. Non c’è modo di respirare e tu parli del soffio degli dèi.

Non parlarmi del sole perché morirei. Portami come una principessina cieca, come quando lentamente e accuratamente si fa l’autunno in un giardino.

Verrai a me con la voce appena colorita da un accento che mi farà evocare una porta aperta, con l’ombra di un uccello dal nome grazioso, con ciò che quell’ombra lascia nella memoria, con ciò che permane quando spargono le ceneri di una giovane morta, con i solchi che restano sulla pagina dopo aver cancellato un disegno che rappresentava una casa, un albero, il sole e un animale.

Se non è venuto è perché non è venuto. È come fare l’autunno. Nulla aspettavi dalla sua venuta. Tutto aspettavi. Vita dell’ombra tua, che cosa vuoi? Un trascorrere di festa delirante, un linguaggio senza limiti, un naufragio nelle tue stesse acque, oh avara.

Ogni ora, ogni giorno, io vorrei non dover parlare. Figure di cera gli altri e io soprattutto, che sono piú altra di loro. Nulla pretendo in questa poesia se non sbrogliare la mia gola.

Svelta, la tua voce piú nascosta. Si trasmuta, ti trasmette. Tanto da fare e io mi disfo. Ti scomunicano da te. Soffro, poi non so. Nel sogno il re moriva d’amore per me. Qui, piccola mendicante, ti immunizzano. (E hai ancora un viso da bambina; tra qualche anno sarai sgradita pure ai cani.)

il mio corpo si apriva alla conoscenza del mio stare
e del mio essere confusi e diffusi
il mio corpo vibrava e respirava
secondo un canto ora dimenticato
io non ero ancora la fuggiasca dalla musica
io sapevo il luogo del tempo
e il tempo del luogo
nell’amore mi aprivo
e ritmavo i vecchi gesti dell’amante
erede della visione
di un giardino proibito

Quella che sognò, quella che fu sognata. Paesaggi prodigiosi per l’infanzia piú fedele. In mancanza di ciò – che non è molto – la voce che ingiuria ha ragione.

La tenebrosa luminosità dei sogni affogati. Acqua dolorosa.

Il sogno troppo tardi, i cavalli bianchi troppo tardi, l’essermene andata con una melodia troppo tardi. La melodia tastava il mio cuore e io piansi la perdita del mio unico bene, qualcuno mi vide piangere nel sogno e io spiegai (nei limiti del possibile), con parole semplici (nei limiti del possibile), parole buone e sicure (nei limiti del possibile). Mi impadronii della mia persona, la strappai al bel delirio, la annientai per rasserenare qualcuno che aveva il terrore che morissi in casa sua.

E io? Quanti ne ho salvati, io?
L’essermi prosternata alla sofferenza degli altri, essermi ammutolita in onore degli altri.
Retrocedeva la mia rossa violenza elementare. Il sesso a fior di cuore, la via dell’estasi tra le cosce. La mia violenza di venti rossi e di venti neri. Le feste autentiche hanno luogo nel corpo e nei sogni.

Porte del cuore, cane bastonato, vedo un tempio, tremo, che c’è? Nulla. Io presagivo una scrittura totale. L’animale palpitava tra le mie braccia con voci di organi vivi, calore, cuore, respirazione, tutto musicale e silenzioso nello stesso tempo. Che cosa significa tradursi in parole? E i progetti di perfezione a lungo termine; misurare ogni giorno l’eventuale innalzamento del mio spirito, la sparizione dei miei errori grammaticali. Il mio sonno è un sogno senza alternative e voglio letteralmente morire del luogo comune che assicura che morire è sognare. La luce, il vino proibito, la vertigine, per chi scrivi? Rovine di un tempio dimenticato. Se celebrare fosse possibile.

Visione luttosa, squarciata, di un giardino con statue rotte. Al filo dell’alba le ossa ti dolevano. Tu ti squarci. Ti avverto e ti ho avvertito. Tu ti disarmi. Te lo dico, te l’ho detto. Tu ti denudi. Ti spossessi. Ti disunisci. Te l’ho predetto. A un tratto si è disfatta: nessuna nascita. Ti porti, ti sopporti. Solamente tu sai di questo ritmo spezzato. Ora le tue spoglie, raccoglierle a una a una, una gran seccatura, dove lasciarle. Se l’avessi avuta vicina, avrei venduto la mia anima a patto di invisibilizzarmi. Ubriaca di me, della musica, delle poesie, perché non ho detto del buco dell’assenza. In un inno straccione rotolava il pianto sulla mia faccia. E perché non dite niente? E a che scopo questo grande silenzio?

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “Estrazione della pietra della follia”, in “Alejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

de «EXTRACCIÓN DE LA PIEDRA DE LOCURA» (1968)
CANTORA NOCTURNA
Joe, macht die Musik von damals nacht…

La que murió de su vestido azul está cantando. Canta imbuida de muerte al sol de su ebriedad. Adentro de su canción hay un vestido azul, hay un caballo blanco, hay un corazón verde tatuado con los ecos de los latidos de su corazón muerto. Expuesta a todas las perdiciones, ella canta junto a una niña extraviada que es ella: su amuleto de la buena suerte. Y a pesar de la niebla verde en los labios y del frío gris en los ojos, su voz corroe la distancia que se abre entre la sed y la mano que busca el vaso. Ella canta.

A Olga Orozco
VÉRTIGOS O CONTEMPLACIÓN DE ALGO QUE TERMINA

Esta lila se deshoja.
Desde sí misma cae
y oculta su antigua sombra.
He de morir de cosas así. 

LINTERNA SORDA

Los ausentes soplan y la noche es densa. La noche tiene el color de los párpados del muerto.
Toda la noche hago la noche. Toda la noche escribo. Palabra por palabra yo escribo la noche.

FIGURAS Y SILENCIOS

Manos crispadas me confinan al exilio.
Ayúdame a no pedir ayuda.
Me quieren anochecer, me van a morir.
Ayúdame a no pedir ayuda.

FRAGMENTOS PARA DOMINAR EL SILENCIO
I

Las fuerzas del lenguaje son las damas solitarias, desoladas, que cantan a través de mi voz que escucho a lo lejos. Y lejos, en la negra arena, yace una niña densa de música ancestral. ¿Dónde la verdadera muerte? He querido iluminarme a la luz de mi falta de luz. Los ramos se mueren en la memoria. La yacente anida en mí con su máscara de loba. La que no pudo más e imploró llamas y ardimos.

II

Cuando a la casa del lenguaje se le vuela el tejado y las palabras no guarecen, yo hablo.

Las damas de rojo se extraviaron dentro de sus máscaras aunque regresarán para sollozar entre flores.
 
No es muda la muerte. Escucho el canto de los enlutados sellar las hendiduras del silencio. Escucho tu dulcísimo llanto florecer mi silencio gris.

III

La muerte ha restituido al silencio su prestigio hechizante. Y yo no diré mi poema y yo he de decirlo. Aun si el poema (aquí, ahora) no tiene sentido, no tiene destino.

RESCATE

Y es siempre el jardín de lilas del otro lado del río. Si el alma pregunta si queda lejos se le responderá: del otro lado del río, no éste sino aquél.

A Octavio Paz
ESTAR

Vigilas desde este cuarto
donde la sombra temible es la tuya.

No hay silencio aquí
sino frases que evitas oír.

Signos en los muros
narran la bella lejanía.

(Haz que no muera
sin volver a verte.)

LAS PROMESAS DE LA MÚSICA

Detrás de un muro blanco la variedad del arco iris. La muñeca en su jaula está haciendo el otoño. Es el despertar de las ofrendas. Un jardín recién creado, un llanto detrás de la música. Y que suene siempre, así nadie asistirá al movimiento del nacimiento, a la mímica de las ofrendas, al discurso de aquella que soy anudada a esta silenciosa que también soy. Y que de mí no quede más que la alegría de quien pidió entrar y le fue concedido. Es la música, es la muerte, lo que yo quise decir en noches variadas como los colores del bosque.

INMINENCIA

Y el muelle gris y las casas rojas Y no es aún la soledad Y los ojos ven un cuadrado negro con un círculo de música lila en su centro Y el jardín de las delicias sólo existe fuera de los jardines Y la soledad es no poder decirla Y el muelle gris y las casas rojas.

CAMINOS DEL ESPEJO
I

Y sobre todo mirar con inocencia. Como si no pasara nada, lo cual es cierto.

II

Pero a ti quiero mirarte hasta que tu rostro se aleje de mi miedo como un pájaro del borde filoso de la noche.

III

Como una niña de tiza rosada en un muro muy viejo súbitamente borrada por la lluvia.  

IV

Como cuando se abre una flor y revela el corazón que no tiene. 

V

Todos los gestos de mi cuerpo y de mi voz para hacer de mí la ofrenda, el ramo que abandona el viento en el umbral. 

VI

Cubre la memoria de tu cara con la máscara de la que serás y asusta a la niña que fuiste.

VII

La noche de los dos se dispersó con la niebla. Es la estación de los alimentos fríos. 

VIII

Y la sed, mi memoria es de la sed, yo abajo, en el fondo, en el pozo, yo bebía, recuerdo.

IX

Caer como un animal herido en el lugar que iba a ser de revelaciones.  

X

Como quien no quiere la cosa. Ninguna cosa. Boca cosida. Párpados cosidos. Me olvidé. Adentro el viento. Todo cerrado y el viento adentro.

XI

Al negro sol del silencio las palabras se doraban.

XII 

Pero el silencio es cierto. Por eso escribo. Estoy sola y escribo. No, no estoy sola. Hay alguien aquí que tiembla.

XIII

Aun si digo sol y luna y estrella me refiero a cosas que me suceden. ¿Y qué deseaba yo?
Deseaba un silencio perfecto.
Por eso hablo.

XIV

La noche tiene la forma de un grito de lobo.  

XV

Delicia de perderse en la imagen presentida. Yo me levanté de mi cadáver, yo fui en busca de quien soy. Peregrina de mí, he ido hacia la que duerme en un país al viento.

XVI

Mi caída sin fin a mi caída sin fin en donde nadie me aguardó pues al mirar quién me aguardaba no vi otra cosa que a mí misma.

XVII

Algo caía en el silencio. Mi última palabra fue yo pero me refería al alba luminosa.  

XVIII

Flores amarillas constelan un círculo de tierra azul. El agua tiembla llena de viento.

XIX

Deslumbramiento del día, pájaros amarillos en la mañana. Una mano desata tinieblas, una mano arrastra la cabellera de una ahogada que no cesa de pasar por el espejo. Volver a la memoria del cuerpo, he de volver a mis huesos en duelo, he de comprender lo que dice mi voz.

EXTRACCIÓN DE LA PIEDRA DE LOCURA
Elles, les âmes (…), sont malades et elles souffrent et nul ne leur porte-remède; elles sont blessées et brisées et nul ne les panse.
RUYSBROECK 

La luz mala se ha avecinado y nada es cierto. Y si pienso en todo lo que leí acerca del espíritu… Cerré los ojos, vi cuerpos luminosos que giraban en la niebla, en el lugar de las ambiguas vecindades. No temas, nada te sobrevendrá, ya no hay violadores de tumbas. El silencio, el silencio siempre, las monedas de oro del sueño. 

Hablo como en mí se habla. No mi voz obstinada en parecer una voz humana sino la otra que atestigua que no he cesado de morar en el bosque.
 
 Si vieras a la que sin ti duerme en un jardín en ruinas en la memoria. Allí yo, ebria de mil muertes, hablo de mí conmigo sólo por saber si es verdad que estoy debajo de la hierba. No sé los nombres. ¿A quién le dirás que no sabes? Te deseas otra. La otra que eres se desea otra. ¿Qué pasa en la verde alameda? Pasa que no es verde y ni siquiera hay una alameda. Y ahora juegas a ser esclava para ocultar tu corona ¿otorgada por quién? ¿quién te ha ungido? ¿quién te ha consagrado? El invisible pueblo de la memoria más vieja. Perdida por propio designio, has renunciado a tu reino por las cenizas. Quien te hace doler te recuerda antiguos homenajes. No obstante, lloras funestamente y evocas tu locura y hasta quisieras extraerla de ti como si fuese una piedra, a ella, tu solo privilegio. En un muro blanco dibujas las alegorías del reposo, y es siempre una reina loca que yace bajo la luna sobre la triste hierba del viejo jardín. Pero no hables de los jardines, no hables de la luna, no hables de la rosa, no hables del mar. Habla de lo que sabes. Habla de lo que vibra en tu médula y hace luces y sombras en tu mirada, habla del dolor incesante de tus huesos, habla del vértigo, habla de tu respiración, de tu desolación, de tu traición. Es tan oscuro, tan en silencio el proceso a que me obligo. Oh habla del silencio.
 
 De repente poseída por un funesto presentimiento de un viento negro que impide respirar, busqué el recuerdo de alguna alegría que me sirviera de escudo, o de arma de defensa, o aun de ataque. Parecía el Eclesiastés: busqué en todas mis memorias y nada, nada debajo de la aurora de dedos negros. Mi oficio (también en el sueño lo ejerzo) es conjurar y exorcizar. ¿A qué hora empezó la desgracia? No quiero saber. No quiero más que un silencio para mí y las que fui, un silencio como la pequeña choza que encuentran en el bosque los niños perdidos. Y qué sé yo qué ha de ser de mí si nada rima con nada.
 
 Te despeñas. Es el sinfín desesperante, igual y no obstante contrario a la noche de los cuerpos donde apenas un manantial cesa aparece otro que reanuda el fin de las aguas.
 
 Sin el perdón de las aguas no puedo vivir. Sin el mármol final del cielo no puedo morir.
 
 En ti es de noche. Pronto asistirás al animoso encabritarse del animal que eres. Corazón de la noche, habla.

Haberse muerto en quien se era y en quien se amaba, haberse y no haberse dado vuelta como un cielo tormentoso y celeste al mismo tiempo. 

Hubiese querido más que esto y a la vez nada.

Va y viene diciéndose solo en solitario vaivén. Un perderse gota a gota el sentido de los días. Señuelos de conceptos. Trampas de vocales. La razón me muestra la salida del escenario donde levantaron una iglesia bajo la lluvia: la mujer-loba deposita a su vástago en el umbral y huye. Hay una luz tristísima de cirios acechados por un soplo maligno. Llora la niña loba. Ningún dormido la oye. Todas las pestes y las plagas para los que duermen en paz. 

Esta voz ávida venida de antiguos plañidos. Ingenuamente existes, te disfrazas de pequeña asesina, te das miedo frente al espejo. Hundirme en la tierra y que la tierra se cierre sobre mí. Éxtasis innoble. Tú sabes que te han humillado hasta cuando te mostraban el sol. Tú sabes que nunca sabrás defenderte, que sólo deseas presentarles el trofeo, quiero decir tu cadáver, y que se lo coman y se lo beban. 

Las moradas del consuelo, la consagración de la inocencia, la alegría inadjetivable del cuerpo. 

Si de pronto una pintura se anima y el niño florentino que miras ardientemente extiende una mano y te invita a permanecer a su lado en la terrible dicha de ser un objeto a mirar y admirar. No (dije), para ser dos hay que ser distintos. Yo estoy fuera del marco pero el modo de ofrendarse es el mismo.

Briznas, muñecos sin cabeza, yo me llamo, yo me llamo toda la noche. Y en mi sueño un carromato de circo lleno de corsarios muertos en sus ataúdes. Un momento antes, con bellísimos atavíos y parches negros en el ojo, los capitales saltaban de un bergantín a otro como olas, hermosos como soles.
 
De manera que soñé capitanes y ataúdes de colores deliciosos y ahora tengo miedo a causa de todas las cosas que guardo, no un cofre de piratas, no un tesoro bien enterrado, sino cuantas cosas en movimiento, cuantas pequeñas figuras azules y doradas gesticulan y danzan (pero decir no dicen), y luego está el espacio negro –déjate caer, déjate caer–, umbral de la más alta inocencia o tal vez tan sólo de la locura. Comprendo mi miedo a una rebelión de las pequeñas figuras azules y doradas. Alma partida, alma compartida, he vagado y errado tanto para fundar uniones con el niño pintado en tanto que objeto a contemplar, y no obstante, luego de analizar los colores y las formas, me encontré haciendo el amor con un muchacho viviente en el mismo momento que el del cuadro se desnudaba y me poseía detrás de mis párpados cerrados.
 
Sonríe y yo soy una minúscula marioneta rosa con un paraguas celeste yo entro por su sonrisa yo hago mi casita en su lengua yo habito en la palma de su mano cierra sus dedos un polvo dorado un poco de sangre adiós oh adiós.
 
Como una voz no lejos de la noche arde el fuego más exacto. Sin piel ni huesos andan los animales por el bosque hecho cenizas. Una vez el canto de un solo pájaro te había aproximado al calor más agudo. Mares y diademas, mares y serpientes. Por favor, mira cómo la pequeña calavera de perro suspendida del cielo raso pintado de azul se balancea con hojas secas que tiemblan en torno de ella. Grietas y agujeros en mi persona escapada de un incendio. Escribir es buscar en el tumulto de los quemados el hueso del brazo que corresponda al hueso de la pierna. Miserable mixtura. Yo restauro, yo reconstruyo, yo ando así de rodeada de muerte. Y es sin gracia, sin aureola, sin tregua. Y esa voz, esa elegía a una causa primera: un grito, un soplo, un respirar entre dioses. Yo relato mi víspera, ¿Y qué puedes tú? Sales de tu guarida y no entiendes. Vuelves a ella y ya no importa entender o no. Vuelves a salir y no entiendes. No hay por donde respirar y tú hablas del soplo de los dioses.
  
No me hables del sol porque me moriría. Llévame como a una princesita ciega, como cuando lenta y cuidadosamente se hace el otoño en un jardín.
 
Vendrás a mí con tu voz apenas coloreada por un acento que me hará evocar una puerta abierta, con la sombra de un pájaro de bello nombre, con lo que esa sombra deja en la memoria, con lo que permanece cuando avientan las cenizas de una joven muerta, con los trazos que duran en la hoja después de haber borrado un dibujo que representaba una casa, un árbol, el sol y un animal.
 
Si no vino es porque no vino. Es como hacer el otoño. Nada esperabas de su venida. Todo lo esperabas. Vida de tu sombra ¿qué quieres? Un transcurrir de fiesta delirante, un lenguaje sin límites, un naufragio en tus propias aguas, oh avara.
 
Cada hora, cada día, yo quisiera no tener que hablar. Figuras de cera los otros y sobre todo yo, que soy más otra que ellos. Nada pretendo en este poema si no es desanudar mi garganta.
Rápido, tu voz más oculta. Se transmuta, te transmite. Tanto que hacer y yo me deshago. Te excomulgan de ti. Sufro, luego no sé. En el sueño el rey moría de amor por mí. Aquí, pequeña mendiga, te inmunizan. (Y aún tienes cara de niña; varios años más y no les caerás en gracia ni a los perros.)
 
mi cuerpo se abría al conocimiento de mi estar
y de mi ser confusos y difusos
mi cuerpo vibraba y respiraba
según un canto ahora olvidado
yo no era aún la fugitiva de la música
yo sabía el lugar del tiempo
y el tiempo del lugar
en el amor yo me abría
y ritmaba los viejos gestos de la amante
heredera de la visión
de un jardín prohibido
 
La que soñó, la que fue soñada. Paisajes prodigiosos para la infancia más fiel. A falta de eso –que no es mucho–, la voz que injuria tiene razón.
 
La tenebrosa luminosidad de los sueños ahogados. Agua dolorosa.
 
El sueño demasiado tarde, los caballos blancos demasiado tarde, el haberme ido con una melodía demasiado tarde. La melodía pulsaba mi corazón y yo lloré la pérdida de mi único bien, alguien me vio llorando en el sueño y yo expliqué (dentro de lo posible), mediante palabras simples (dentro de lo posible), palabras buenas y seguras (dentro de lo posible). Me adueñé de mi persona, la arranqué del hermoso delirio, la anonadé a fin de serenar el terror que alguien tenía a que me muriera en su casa.
¿Y yo? ¿A cuántos he salvado yo?
El haberme prosternado ante el sufrimiento de los demás, el haberme acallado en honor de los demás.
Retrocedía mi roja violencia elemental. El sexo a flor de corazón, la vía del éxtasis entre las piernas. Mi violencia de vientos rojos y de vientos negros. Las verdaderas fiestas tienen lugar en el cuerpo y en los sueños.
 
Puertas del corazón, perro apaleado, veo un templo, tiemblo, ¿qué pasa? No pasa. Yo presentía una escritura total. El animal palpitaba en mis brazos con rumores de órganos vivos, calor, corazón, respiración, todo musical y silencioso al mismo tiempo. ¿Qué significa traducirse en palabras? Y los proyectos de perfección a largo plazo; medir cada día la probable elevación de mi espíritu, la desaparición de mis faltas gramaticales. Mi sueño es un sueño sin alternativas y quiero morir al pie de la letra del lugar común que asegura que morir es soñar. La luz, el vino prohibido, los vértigos, ¿para quién escribes? Ruinas de un templo olvidado. Si celebrar fuera posible.
 
Visión enlutada, desgarrada, de un jardín con estatuas rotas. Al filo de la madrugada los huesos te dolían. Tú te desgarras. Te lo prevengo y te lo previne. Tú te desarmas. Te lo digo, te lo dije. Tú te desnudas. Te desposees. Te desunes. Te lo predije. De pronto se deshizo: ningún nacimiento. Te llevas, te sobrellevas. Solamente tú sabes de este ritmo quebrantado. Ahora tus despojos, recogerlos uno a uno, gran hastío, en dónde dejarlos. De haberla tenido cerca, hubiese vendido mi alma a cambio de invisibilizarme. Ebria de mí, de la música, de los poemas, por qué no dije del agujero de ausencia. En un himno harapiento rodaba el llanto por mi cara. ¿Y por qué no dicen algo? ¿Y para qué este gran silencio?

Alejandra Pizarnik

da “Extraccion de la piedra de locura”, 1968, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Eco in un’eco – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Ti perdo per trovarti, costellato
di passi morti ti cammino accanto
rabbrividendo se il tuo fianco vacuo
nella notte ti finge un po’ di rosa.

Quali muri mutevoli, tu sposa
notturna, quale spazio abbandonato
arretri al niveo piede, al collo armato
del silenzio dei cerei paradisi

che in festoni di rose s’allontanano?
Eco in un’eco, mi ricordo il verde
tenero d’uno sguardo che dicevi
doloroso, posato non sai dove

di te, scoccato dentro il misterioso
pianto ch’era il tuo riso. Oh, non io oso
fermarti! non i muri che dissipano
di bocci fatui un’ora inghirlandata.

Odi il tempo precipita: stellata,
non so, ma pure sola Arianna muove
dalla sua fedeltà mortale verso
dove il passo ritrova l’altra danza.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

O dolce amore, dolce spina… – Edna St. Vincent Millay

Foto di Jennifer Hudson

 

O dolce amore, dolce spina, quando
da te fui punta al cuore, piano, e uccisa,
per giacere nell’erba abbandonata,
povera cosa fradicia di lacrime
e di pioggia nel pianto della sera,
dalle notturne brume al grigio giorno
che disperde le nubi nella luce
fra il canto degli uccelli al nuovo sole –
se avessi, dolce amore, dolce spina,
pensato allora quale acuta angoscia,
anche se ti compensa il giuramento,
l’ora felice può lasciare in seno,
non sarei corsa cosí pronta al cenno
di chi in fondo m’amava cosí poco.

Edna St. Vincent Millay

(Traduzione di Silvio Raffo)

da “L’amore non è cieco”, Crocetti Editore, 1991

***

XVII

Sweet love, sweet thorn, when lightly to my heart
I took your thrust, whereby I since am slain,
And lie disheveled in the grass apart,
A sodden thing bedrenched by tears and rain,
While rainy evening drips to misty night,
And misty night to cloudy morning clears,
And clouds disperse across the gathering light,
And birds grow noisy, and the sun appears—
Had I bethought me then, sweet love, sweet thorn,
How sharp an anguish even at the best,
When all’s requited and the future sworn,
The happy hour can leave within the breast,
I had not so come running at the call
Of one who loves me little, if at all.

Edna St. Vincent Millay

da “Fatal Interview: Sonnets”, H. Hamilton, 1931

Herbert Marshall – Edgar Lee Masters

Edward Steichen, Helen Menken, January 1926

 

Tutto il tuo dolore, Louise, e il tuo odio per me
nacquero dalla tua illusione, che fosse leggerezza
di spirito e disprezzo dei diritti della tua anima
ciò che mi fece volgere ad Annabella e abbandonarti.
In realtà tu prendesti ad odiarmi per amor mio,
poiché io ero la gioia della tua anima,
formato e temprato
per risolverti la vita, e non volli.
Ma tu eri la mia disgrazia. Se tu fossi stata
la mia gioia, non mi sarei forse attaccato a te?
Questo è il dolore della vita:
che si può essere felici solo in due;
e i nostri cuori rispondono a stelle
che non voglion saperne di noi.

Edgar Lee Masters

(Traduzione di Fernanda Pivano)

da “Spoon River Anthology”, Einaudi Editore, 1943

***

Herbert Marshall

All your sorrow, Louise, and hatred of me
Sprang from your delusion that it was wantonness
Of spirit and contempt of your soul’s rights
Which made me turn to Annabelle and forsake you.
You really grew to hate me for love of me,
Because I was your soul’s happiness,
Formed and tempered
To solve your life for you, and would not.
But you were my misery. If you had been
My happiness would I not have clung to you?
This is life’s sorrow:
That one can be happy only where two are;
And that our hearts are drawn to stars
Which want us not.

Edgar Lee Masters

da “Spoon River Anthology”, Mc Millan Company, New York, 1916

Ricordo una stagione – Maria Luisa Spaziani

Foto di Anka Zhuravleva

 

Ricordo una stagione in mezzo a colli
immensi, affaticata dal soffiare
della notturna tramontana. Un gelso
gemeva negli strappi, così alto
che talora il suo grido mi svegliava.

Ieri nel ritornarvi non sembrava
passato altro che un giorno.
La tramontana ci infuriava intorno.
Contro il cancello, intatta, era restata
una mia antica rosa morsicata.

Maria Luisa Spaziani

da “Le acque del sabato”, “Lo Specchio” Mondadori, 1954