«Estranea m’è la lana rugginosa della chioma» – Yvan Goll

Josephine Cardin, Before Dawn

 

Estranea m’è la lana rugginosa della chioma
E quasi ostile l’ubbidienza del muscolo nel braccio

Ma com’è familiare e devota
La torsione del tuo collo vicino
A me appartiene anche
La freccia degli uccelli migratori
Nel tuo occhio nuvoloso
Scoccata cosí sicura nella mia mente che scoppia
A rapirmi il sangue fiottante

Come adattata alle mie mani
La tenera curva della tua spina dorsale
Le tue ali appena visibili
Fatte di vanni di uccelli infranti
E il tuo corpo plasmato di neve

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Fremd ist mir meines Haupthaars rostige Wolle»

Fremd ist mir meines Haupthaars rostige Wolle
Und feindlich fast des Muskels Gehorsam im Arm

Doch wie bekannt und hingegeben
Die Wendung deines nahen Halses
Mir zugehörig auch
Der Pfeil der Zugvögel
In deinem wolkigen Aug
Wie zielbewußt in meine berstende Stirn gesendet
Mich meines wogenden Blutes beraubend

Wie meinen Händen eingefühlt
Die zarte Neigung deines Rückgrats
Deine kaum sichtbaren Flügel
Gefügt aus den Schwingen zerbrochener Vögel
Und dein Körper geknetet aus Schnee

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

«Di silenzio in silenzio cadendo» – Alejandro Jodorowsky

Foto di Donata Wenders

 

Di silenzio in silenzio cadendo
intorno a sí tanta assenza
mi precipito verso i tuoi baci
sperando di arrivare all’infinito centro
Ma il dubbio appanna la mia certezza
Verità è che non sei mai stata
e io ti rimpiango nel futuro

Alejandro Jodorowsky

(Traduzione di Antonio Bertoli)

da “Di ciò di cui non si può parlare”, in “Alejandro Jodorowsky, Solo de amor”, Giunti Editore, 2006

∗∗∗

«Cayendo de silencio en silencio»

Cayendo de silencio en silencio
alrededor de tanta ausencia
me precipito hacia tus besos
esperando llegar al infinito centro
Pero la duda empaña mi certeza
La verdad es que no has estado nunca
y yo te añoro en el futuro

Alejandro Jodorowsky

da “No basta decir”, Visor Libros, 2003

La sesta Elegia – Rainer Maria Rilke

Jean-Joseph Perraud, Despair, 1869, Mable, Musée d’Orsay, Paris

 

    Da quanto tempo, albero di fico,
pieno mi appare di profondi sensi
che tu, quasi spregiando metter fiori,
schivo di gloria, il tuo puro mistero
nel frutto infondi maturato in punto.
Come spillo gagliardo di fontana,
la tua curva ramaglia in alto spinge
la linfa, e la dirama. E balza poi,
senza quasi destarsi, dal suo sonno
nella felicità del dolce frutto:
come, nel Cigno, il Nume.
Ma noi, per contro, ci attardiamo… È nostro
vanto, fiorire. E penetriamo, allora,
delusi, ahimè, nella tardiva polpa
del nostro frutto estremo.
Pochi di noi, l’anelito di agire
assale cosí forte, — da bruciarli
a divampar nel maturato frutto
del proprio cuore pieno,
allor che la lusinga di fiorire,
come il piú dolce zèfiro notturno,
bacia il rigóglio della bocca giovine
e le palpebre sfiora.
Forse, gli Eroi;
e i giovanetti, forse, innanzi tempo
chiamati dal destino oltre la vita:
a cui la Morte giardiniera incurva
diversamente i rami delle vene.
Precipitando, avanzano
il lor proprio sorriso,
come il Re vincitore, la quadriga
nelle serene, cave
immagini di Karnak.

     Maravigliosamente, ai giovinetti
che la Morte rapiva innanzi tempo,
è prossimo l’Eroe.
Nasce compiuto. E non lo tocca il mondo.
Infaticabilmente, egli se stesso
travolge e innalza su, per entro un’altra
costellazione:
quella del suo pericolo inesausto.
Quivi, rimane a molti sguardi occulto.
E, d’improvviso, quel destino buio,
che noi sprofonda in un silenzio eterno,
preso per Lui di veemente amore,
lo rapisce cantando nel suo mondo
entro la romba di bufere immense.
Ma come Lui, non odo alcuno. E il suono,
che ne prorompe, mi percorre a volte
quasi scrosciar di repentini vènti.
Oh come, allora,
difendermi vorrei da questo anelito:
essere un bimbo;
potere ancóra divenir bambino:
e, poggiato alle braccia che saranno,
rileggere la Storia di Sansone:
e della madre, sterile da prima,
alfine giunta a generar l’Eroe.

     Eroe, madre, non era
già nel tuo grembo? E non avea principio
quivi di già la sovrumana scelta
del suo destino?
Mille germi in quel tuo grembo profondo
fermentavano, madre, ad esser Lui.
Egli prese, lasciò, scelse: e divenne.
E quando infranse le colonne al suolo,
fu per balzar dal mondo del tuo corpo
in un mondo piú angusto, ov’ei potesse
scegliere ancóra: ed essere l’Eroe.
O madri degli eroi! Sorgenti pure
di rapinosi fiumi!
Abissi in cui, dall’orlo alto del cuore,
precipitavan giú,
con gemiti infiniti, le fanciulle,
predestinate vittime future
del figlio vostro.
Per le soste d’amore, si scagliava
come vento in bufera il vostro figlio.
Piú in alto, su, lo travolgeva in volo
il palpito per lui di ciascun cuore.
Ma già rivolto altrove, egli sorgeva
ritto al confine estremo dei sorrisi, —
trasfigurato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die sechste Elegie

Feigenbaum, seit wie lange schon ists mir bedeutend,
wie du die Blüte beinah ganz überschlägst
und hinein in die zeitig entschlossene Frucht,
ungerühmt, drängst dein reines Geheimnis.
Wie der Fontäne Rohr treibt dein gebognes Gezweig
abwärts den Saft und hinan: und er springt aus dem Schlaf,
fast nicht erwachend, ins Glück seiner süßesten Leistung.
Sieh: wie der Gott in den Schwan. …… Wir aber verweilen,
ach, uns rühmt es zu blühn, und ins verspätete Innre
unserer endlichen Frucht gehn wir verraten hinein.
Wenigen steigt so stark der Andrang des Handelns,
daß sie schon anstehn und glühn in der Fülle des Herzens,
wenn die Verführung zum Blühn wie gelinderte Nachtluft
ihnen die Jugend des Munds, ihnen die Lider berührt:
Helden vielleicht und den frühe Hinüberbestimmten,
denen der gärtnernde Tod anders die Adern verbiegt.
Diese stürzen dahin: dem eigenen Lächeln
sind sie voran, wie das Rossegespann in den milden
muldigen Bildern von Karnak dem siegenden König.

Wunderlich nah ist der Held doch den jugendlich Toten. Dauern
ficht ihn nicht an. Sein Aufgang ist Dasein; beständig
nimmt er sich fort und tritt ins veränderte Sternbild
seiner steten Gefahr. Dort fänden ihn wenige. Aber,
das uns finster verschweigt, das plötzlich begeisterte Schicksal
singt ihn hinein in den Sturm seiner aufrauschenden Welt.
Hör ich doch keinen wie ihn. Auf einmal durchgeht mich
mit der strömenden Luft sein verdunkelter Ton.

Dann, wie verbärg ich mich gern vor der Sehnsucht: O wär ich,
wär ich ein Knabe und dürft es noch werden und säße
in die künftigen Arme gestützt und läse von Simson,
wie seine Mutter erst nichts und dann alles gebar.

War er nicht Held schon in dir, o Mutter, begann nicht
dort schon, in dir, seine herrische Auswahl?
Tausende brauten im Schoß und wollten er sein,
aber sieh: er ergriff und ließ aus –, wählte und konnte.
Und wenn er Säulen zerstieß, so wars, da er ausbrach
aus der Welt deines Leibs in die engere Welt, wo er weiter
wählte und konnte. O Mütter der Helden, o Ursprung
reißender Ströme! Ihr Schluchten, in die sich
hoch von dem Herzrand, klagend,
schon die Mädchen gestürzt, künftig die Opfer dem Sohn.

Denn hinstürmte der Held durch Aufenthalte der Liebe,
jeder hob ihn hinaus, jeder ihn meinende Herzschlag,
abgewendet schon, stand er am Ende der Lächeln, – anders.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Alexey Titarenko, dalla serie City of shadows

   

 Alberi della vita, oh, quando giunge
l’Inverno su di voi?
Fusi non siamo in unità concorde:
come gli uccelli migratori, ai rami.
Sopravanzati sempre, e troppo tardi,
incavalchiamo i vènti all’improvviso;
e cadiamo entro stagni inospitali.
Nel senso del fiorire, è incluso già
il senso, in noi, dell’appassir fiorendo;
mentre vi son leoni, in altre plaghe,
che vanno e che non sanno
(fin quando, in loro, è maestà di forze)
la perentoria sorte del declino.

     Ma noi, quando ci assorbe
tutti un obbietto,
un altro ne avvertiamo, che si sfoggia
a contrastargli, duplice, lo spazio.
L’ostilità degli uomini e del mondo:
ecco, la vicinanza piú vicina.
Anche gli Amanti, che, nel mutuo darsi,
spazio si promettean  fuga ed asilo,
urtano senza posa uno nell’altro:
come in un duro limite di pietra.
Penosamente,
alla forma dell’Attimo nel tempo
si prepara uno sfondo di contrasto,
su cui spicchi piú chiara ai nostri sguardi.
… La vita è sempre esplicita e lampante.
D’ogni senso, per noi, si manifesta
solo ciò che lo plasma dal di fuori:
non il profilo in cui si circoscrive.
Chi non sedette innanzi al proprio cuore,
trepido come innanzi ad un velario?
Si aprí… Sullo scenario di un addio.
Uno scenario noto. Vi oscillava
il solito giardino. Lentamente.
E venne il Danzatore.
Non Lui. Ma la sua maschera nel mondo.
Anche se si fa lieve ad ogni gesto,
è travestito. E tornerà, fra poco,
il borghesuccio che (quando rincasa)
per la cucina, accede alla sua stanza.
Non voglio queste maschere incompiute!
Meglio la marionetta, ch’è totale.
Sopporterò l’involucro ed i fili,
e quel suo vólto fatto di apparenza.
Eccomi. Sono pronto allo spettacolo.
Anche se adesso muoiono le lampade,
ed una voce mormora: Si chiude;
anche se spira dalla scena il vuoto
in un soffio di cenere e di freddo;
anche se accanto non mi siede, muto,
neppur uno de’ miei defunti antichi;
ecco, rimango. Ché qualcosa resta,
da contemplare.

     … E non è giusto?
Tu, padre mio, cui tanto amara parve
la vita, assaporando l’amarezza
di questa mia nei primi sorsi lenti
del mio destino,
e che tornavi a rigustarlo, mentre
cresceva col mio crescere; e, turbato
da un sì strano sapore di futuro,
scrutavi in fondo al velo de’ miei sguardi;
padre, che dentro me (anche defunto)
séguiti spesso a vivere di angoscia
in ogni mia speranza:
ed abbandoni
(solo a partecipar, di cosí poco,
al mio destino) la sovrana immensa
pace dei morti;
non è giusto, padre?
E voi, creature,
voi che mi amaste per l’esiguo inizio
d’amore ch’io vi diedi; e donde súbito
mi allontanavo,
perché lo spazio di quel vostro vólto
mi sconfinava — amato — per gli spazii
del mondo, in cui non eravate piú;
non è giusto, creature?
Non è giusto, se attendere mi piace
innanzi al palco delle marionette?
E farmi, dentro, tutto quanto, e solo,
occhi voraci ?… In sino a quando, alfine,
a pareggiare il peso degli sguardi,
ecco un Angelo attore: che discende
sovra quel palco,
per raddrizzar le marionette in piedi.
La marionetta e l’Angelo, nel mondo.
Ed ora, lo spettacolo incomincia.
Compaginata, alfine, è l’unità,
che noi, vivendo, dissociammo ognora.
Dalle nostre stagioni, ora soltanto,
il ciclo dell’intiera metamorfosi
si compie e chiude.
Adesso sopra noi, fuori di noi,
è l’Angelo che recita nel mondo.
Guarda! I morenti non sospetterebbero
fino a qual punto tutto ciò che nasce
dal nostro agire è solamente inganno.
Nulla è, davvero, ciò che sembra essere.
Ore beate dell’infanzia, quando
dietro ogni forma respirava, intenso,
piú che il passato; e innanzi a noi non era
ancóra l’avvenire!
Noi crescevamo. E ci assillava l’ansia
di farci grandi in fretta, per coloro
cui non restava piú ch’essere grandi.
E nel nostro cammino solitario,
era la gioia, in noi, di ciò che dura.
Si viveva, cosí, nell’intervallo
ch’è tra il balocco e il mondo:
in uno spazio primigenio, fatto
solo per contenere un puro evento.

     Chi mai darà figura
all’essenza ineffabile del bimbo?
Chi, Stella, lo porrà fra l’altre stelle,
e in mano gli darà la sua misura:
la misura infinita del distacco?
Chi renderà la morte del fanciullo
col tozzo grigio che diviene pietra,
o gliela lascierà — torso di pomo —
nella bocca rotonda e piccolina?
Nel mistero scrutar degli omicidi,
è agevol cosa. Ma questo: la morte,
tutta la morte, — prima della vita —
chiudere tanto dolcemente in sé,
senza rancore;
è questo, l’indicibile prodigio.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die vierte Elegie

O Bäume Lebens, o wann winterlich?
Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zug-
vögel verständigt. Überholt und spät,
so drängen wir uns plötzlich Winden auf
und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
Und irgendwo gehn Löwen noch und wissen,
solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

Uns aber, wo wir Eines meinen, ganz,
ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
ist uns das Nächste. Treten Liebende
nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
mit uns. Wir kennen den Kontur
des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.
Leicht zu verstehen. Der bekannte Garten,
und schwankte leise: dann erst kam der Tänzer.
Nicht der. Genug! Und wenn er auch so leicht tut,
er ist verkleidet und er wird ein Bürger
und geht durch seine Küche in die Wohnung.
Ich will nicht diese halbgefüllten Masken,
lieber die Puppe. Die ist voll. Ich will
den Balg aushalten und den Draht und ihr
Gesicht aus Aussehn. Hier. Ich bin davor.
Wenn auch die Lampen ausgehn, wenn mir auch
gesagt wird: Nichts mehr –, wenn auch von der Bühne
das Leere herkommt mit dem grauen Luftzug,
wenn auch von meinen stillen Vorfahrn keiner
mehr mit mir dasitzt, keine Frau, sogar
der Knabe nicht mehr mit dem braunen Schielaug:
Ich bleibe dennoch. Es giebt immer Zuschaun.

Hab ich nicht recht? Du, der um mich so bitter
das Leben schmeckte, meines kostend, Vater,
den ersten trüben Aufguß meines Müssens,
da ich heranwuchs, immer wieder kostend
und, mit dem Nachgeschmack so fremder Zukunft
beschäftigt, prüftest mein beschlagnes Aufschaun, –
der du, mein Vater, seit du tot bist, oft
in meiner Hoffnung, innen in mir, Angst hast,
und Gleichmut, wie ihn Tote haben, Reiche
von Gleichmut, aufgiebst für mein bißchen Schicksal,
hab ich nicht recht? Und ihr, hab ich nicht recht,
die ihr mich liebtet für den kleinen Anfang
Liebe zu euch, von dem ich immer abkam,
weil mir der Raum in eurem Angesicht,
da ich ihn liebte, überging in Weltraum,
in dem ihr nicht mehr wart…: wenn mir zumut ist,
zu warten vor der Puppenbühne, nein,
so völlig hinzuschaun, daß, um mein Schauen
am Ende aufzuwiegen, dort als Spieler
ein Engel hinmuß, der die Bälge hochreißt.
Engel und Puppe: dann ist endlich Schauspiel.
Dann kommt zusammen, was wir immerfort
entzwein, indem wir da sind. Dann entsteht
aus unsern Jahreszeiten erst der Umkreis
des ganzen Wandelns. Über uns hinüber
spielt dann der Engel. Sieh, die Sterbenden,
sollten sie nicht vermuten, wie voll Vorwand
das alles ist, was wir hier leisten. Alles
ist nicht es selbst. O Stunden in der Kindheit,
da hinter den Figuren mehr als nur
Vergangnes war und vor uns nicht die Zukunft.
Wir wuchsen freilich und wir drängten manchmal,
bald groß zu werden, denen halb zulieb,
die andres nicht mehr hatten, als das Großsein.
Und waren doch, in unserem Alleingehn,
mit Dauerndem vergnügt und standen da
im Zwischenraume zwischen Welt und Spielzeug,
an einer Stelle, die seit Anbeginn
gegründet war für einen reinen Vorgang.

Wer zeigt ein Kind, so wie es steht? Wer stellt
es ins Gestirn und giebt das Maß des Abstands
ihm in die Hand? Wer macht den Kindertod
aus grauem Brot, das hart wird, – oder läßt
ihn drin im runden Mund, so wie den Gröps
von einem schönen Apfel?…… Mörder sind
leicht einzusehen. Aber dies: den Tod,
den ganzen Tod, noch vor dem Leben so
sanft zu enthalten und nicht bös zu sein,
ist unbeschreiblich.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Venezia, I – Ghiannis Ritsos

Foto di Alexey Titarenko

 

Bei colori veneziani, bagnati, per affreschi crepuscolari
di amori dimenticati o anche attesi. Leoni di pietra
guardano insonnoliti le vecchie turiste, i fotografi,
le gondole nere, i motoscafi, i gabbiani
che splendono sulle acque nere dai riflessi rosa
sotto i suoni vespertini delle campane. Sulla chioma di marmo
delle statue si accoppiano i colombi. Un cane bianco,
sulla finestra in alto, dietro i gerani,
abbaia ai passanti con tristezza, senza rabbia. Di notte
escono sui balconi merlettati le belle morte coi capelli sciolti
gridando i nomi dei loro amanti. Dunque,
invecchia anche la bellezza, anche la gloria invecchia. La fama, che credevi
ti avesse dato l’eterna giovinezza, due volte ti ha invecchiato.

Ghiannis Ritsos

Venezia, 12.V.81

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Βενετία, I

‘Ωραία, βρεγμένα, βενετσιάνικα χρώματα για δειλινές τοιχογραφίες
λησμονημένων ή κι αναμενόμενων έρώτων. Πέτρινα λιοντάρια
κοιτούν νυσταλέα τίς γριές τουρίστριες, τούς φωτογράφους,
τις μαύρες γόνδολες, τά βενζινόπλοια, τούς γλάρους
πού λάμπουν στά μαύρα νερά μέ τίς τριανταφυλλιές ανταύγειες
κάτω άπ’ τούς ήχους των έσπερινών σήμαντρων. Στή μαρμάρινη κόμη
των άγαλμάτων ζευγαρώνουνε τά περιστέρια. Ένα άσπρο σκυλί,
ψηλά, στο παράθυρο, πίσω άπ’ τά γεράνια,
γαβγίζει λυπημένα, όχι οργισμένα, τούς διαβάτες. Τίς νύχτες
βγαίνουν στά δαντελωτά μπαλκόνια οί ωραίες νεκρές με τα μαλλιά τους λυμένα
φωνάζοντας τά ονόματα των έραστών τους. Λοιπόν,
γερνάει κι ή ομορφιά, γερνάει κι ή δόξα. Ή φήμη, πού θαρρούσες
πώς σου είχε χαρίσει τήν αιώνια νεότητα, διπλά σ’ έχει γεράσει.

Γιάννης Ρίτσος

Βενετία, 12.V.81

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982