Tra Long Island e Manhattan – Piero Bigongiari

Susan McCartney, 59th Street Bridge in Fog, New York City, NY

 

Ma ecco fulmina questa gelatina
l’immensa vanità che si raffina
in vene e sangue, le pantere rampano
sulfuree dai pavimenti musivi, dall’alto
delle fronde dipinte uccelli cantano melliflui
questa morte intermedia che sorride
non più a se stessa, questa che non altra
infinità media che il suo intercedere
proclamandosi amore: e non è morte
già più, forse è sorriso, magari calcolo, certamente oblio.

Ma non ti oblio sull’orlo del bicchiere,
amorosa cicuta: altro son io,
un’altra morte dolce nel rosolio
che un’altra mano innocente ti porge.

Ci attendevano i miracoli del mare,
le ore senz’ora delle isole all’orizzonte,
il taglio azzurro alle radici delle cose,
negli alberghi di passaggio le rose dimenticate
in un bicchiere, fanés gli sguardi delle giovani prostitute
sull’orlo di un altro bicchiere. Ma il cerchio non si quadra,
non torna la morte con la vita, eppure torna,
gli angoli sono così clamorosamente curvi nell’azzurro
che ti sembra di ritornare su te stesso
e sei in una città di torri altissime da togliere il fiato
a quanto si specchia sul vetro gelatinato dell’amore.
Ti specchi e non ti vedi in queste ore azzurrine:
quello che c’è di là, il vuoto inabitato, non ti riempie,
immagine che non si stacca, francobollo già timbrato.

Così s’offre qualcosa di staccato
da tutto, sopra un piatto di nebbia argentata,
e insieme unito al suo rovescio, il tizzo
legato alla fiamma ch’è tizzo ancora
mentre a lungo vapora azzurrorosa.

Tra Long Island e Manhattan i cimiteri
fioriscono, come d’una salsedine, di spruzzi di neve dimenticata.
Le lunghe ellissi sui sepolcri imbiancati dei pionieri
tracciano la parola dell’attesa,
sull’orrenda distesa fiorisce un paradiso momentaneo,
un’innocenza strana, chi ha vissuto tace,
eppure un fuoco di arbusti qua e là cilestrino
apre le bocche a chi deve ancora confidare
che non tutto è finito: il grande silenzio
e il ronzio dei motori e già i gabbiani
ovattati sulle rocce sorvegliano la parola del mare.
Non trattenerti, oh non trattenerti più del necessario,
dove la parola ha origine, o forse è la sua fine.
La curva della parola è già fiamma nella tua bocca
destinata alla neve e in quella dei morti che ascoltano,
il proprio cranio amletico tra le mani,
le suture delle ossa come un’impuntura divina
a che il pensiero non pensi neve, non pensi altro
che quello che è nascosto sotto la fioritura momentanea.

Là forse le mani tinte del sangue del tramonto
porgile – sono le tue – dal finestrino, e scrivi, scrivi, amore,
lungo le ellissi di quelle strade che non so se ripercorrerai,
le maiuscole dell’incipit di quello che non sai,
scrivi scrivi sul bianco raccapriccio che già piglia fuoco
il sorridente capriccio delle tua fulminea eternità.
Là, là dove i denti del dolore quasi ridono.

Piero Bigongiari

3-12 settembre ’76

da “L’identificazione altera”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

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