La quinta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Alexey Titarenko, dalla serie City of shadows

     

     Ma di’, chi sono quei randagi eterni,
quei fuggitivi un poco piú di noi,
che assilla e torce — e non si sa perché —
sin dall’infanzia prima,
un volere implacabile e tremendo?
E li torce, li piega, li avvinciglia,
li squassa, li proietta e li riprende.
Come da un’aria lúbrica, oleosa,
scivolan giú sovra il tappeto liso,
consunto sempre  piú, di giorno in giorno,
dall’eterno balzar dei loro corpi.
Su quel tappeto, che smarrito sembra
nello spazio universo;
od applicato là come un cerotto
a medicar le piaghe della terra,
ferita da quel cielo di suburbio.
E appena giú, riscattan sugli appiombi,
a formar l’iniziale gigantesca
dell’Esistenza non sdraiata mai.
Ma i piú forti, di già rotola ancóra,
come per giuoco, il non mai sazio artiglio.

     E intorno a questo centro,
ecco la rosa dei contemplatori.
Fiorisce e si disfoglia,
intorno a quel pistillo solitario,
che dal cadere del suo proprio polline
è fecondato in illusivo frutto:
col freddo inconsapevole disgusto,
onde la tenue scorza, in trasparenza,
sembra sorrider lieve, appena appena…
Ed ecco là — vizzo, rugoso, smesso —
il vecchio atleta.
Non fa piú, se non battere il tamburo.
Rientrato nel guscio poderoso
della sua pelle,
come se avesse contenuto un giorno
non un uomo, ma due. Di cui, defunto,
l’altro riposa già nel cimitero,
mentre quest’uno sopravvive: sordo;
e ancóra, a volte, sperso e un po’ sgomento
dentro il vedovo guscio deperito.
 

     E quell’altro, colà, giovine atleta,
che sembra generato dall’amplesso
di un occípite enorme e di una monaca.
Duro. Contratto. E riboccante, insieme,
d’innocenza e di muscoli soltanto.
      (Oh voi,
che un dolore, in quel tempo ancor piccino,
ebbe in dono per sé come balocchi,
a confortare, in lunghi giorni grigi,
una di quelle sue convalescenze…)  

     Oh tu, che in una rapida caduta
— e la sanno, cosí, soltanto i frutti —
in ogni giorno, ti distacchi acerbo
mille volte dall’Albero fittizio
(l’Albero di quel moto concordato,
che, piú veloce di fiumana in corsa,
ha in un istante le sue tre stagioni)
ti distacchi; e ti abbatti, rimbalzando,
sovra una tomba…
In una mezza pausa, sul tuo viso,
nascere a volte, in te, come vorrebbe
un sorriso d’amore; e volar via:
verso la tenerezza della mamma,
cosí poco goduta!…
Ma si smarrisce il trepido sorriso,
non appena tentato: lungo il corpo,
che ti ribeve il vólto e te lo spenge.
E già batti le mani, al nuovo slancio…
E, prima che un dolore ti si faccia
cosí vicino, da toccarti il cuore
concitato in un ritmo di galoppo,
la sua fiamma ti brucia sotto i piedi:
e refluisce rapida alla fonte
di quel dolore, in lagrime spremute
— da tutto il corpo tuo — fra le tue ciglia…
Ma dalle labbra, ti si stacca sempre
il tuo sorriso cieco…

     Angelo!
Coglila tu, la pianta salutare
dai fiori piccolini! E appresta l’urna,
che la conservi. Tra le gioie ponila,
non anche schiuse. Ed in quell’urna bella
cantala con l’epigrafe canora:
Subrisio saltat.

     E tu, fanciulla, tu, leggiadra forma,
che con un muto balzo hanno trascesa
tutte le piú vertiginose ebbrezze!
Godon forse, per te, le frange belle:
o, sovra i colmi seni giovinetti,
la seta verde
dai cangianti metallici riflessi,
non mai delusa, in una eterna gode
dolcissima lusinga.
Sull’oscillar di tutte le bilance
dell’Equilibrio,
o rideposto in sempre nuovi modi
frutto d’indifferenza,
pubblicamente offerto sul mercato,
fra spalla e spalla…

     Dove, il luogo dov’è (l’ho nel mio cuore!)
quand’essi ancóra non poteano tanto
e scivolavan giú l’uno dall’altro,
come animali mal connessi in monta;
quand’eran loro troppo gravi, i pesi:
e dai turbini vani dei bastoni,
cadeano al suolo, rotolando, i piatti.
E poi, repente, in questo vuoto immenso
d’infinita fatica,
l’indicibile punto, ove la pura
insufficienza
miracolosamente si tramuta,
per balzar nella vacua ultrapotenza,
in cui la serie d’infiniti addendi
non si traduce in còmputo di somma.

     O piazze!
O sconfinate piazze di Parigi,
scena d’uno spettacolo perenne,
dove Madame Lamort, modista eterna,
annoda come nastri interminabili
i sentieri implacati della Terra;
e li piega, a inventar dai loro intrecci
sciarpe gale coccarde fiori e frutti
— dai mentiti colori inverosimili —
pei cappellucci miseri d’inverno
della sorte operaia.

     Angelo, ascolta:
se una piazza vi fosse,
una piazza da noi non conosciuta;
se là, sovra un tappeto indescrivibile,
gli Amanti che quaggiú, ahi, non poterono
mostrassero lo slancio alto dei cuori
in ardite figure erette al cielo;
in torri alte di gioia; e in quelle scale
cosí a lungo quaggiú, dove mancava
a sostenerle il suolo, ripoggiate
l’una all’altra a tremar su di un abisso;
se potessero ciò di fronte ad una
cerchia infinita, riguardante zitta,
di silenziosi morti;
getterebbero allora essi, i defunti,
le ultime monete cosí a lungo
risparmiate e nascoste
(le monete di gioia, ignote a noi,
dall’infinito corso)
a quella coppia, sorridente alfine
del suo sorriso vero,
su quel tappeto là, — pacificato?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die fünfte Elegie

Frau Hertha Koenig zugeeignet.

Wer aber sind sie, sag mir, die Fahrenden, diese ein wenig
Flüchtigern noch als wir selbst, die dringend von früh an
wringt ein wem, wem zu Liebe
niemals zufriedener Wille? Sondern er wringt sie,
biegt sie, schlingt sie und schwingt sie,
wirft sie und fängt sie zurück; wie aus geölter,
glatterer Luft kommen sie nieder
auf dem verzehrten, von ihrem ewigen
Aufsprung dünneren Teppich, diesem verlorenen
Teppich im Weltall.
Aufgelegt wie ein Pflaster, als hätte der Vorstadt-
Himmel der Erde dort wehe getan. Und kaum dort,
aufrecht, da und gezeigt: des Dastehns
großer Anfangsbuchstab…, schon auch, die stärksten
Männer, rollt sie wieder, zum Scherz, der immer
kommende Griff, wie August der Starke bei Tisch
einen zinnenen Teller.

Ach und um diese
Mitte, die Rose des Zuschauns:
blüht und entblättert. Um diesen
Stampfer, den Stempel, den von dem eignen
blühenden Staub getroffnen, zur Scheinfrucht
wieder der Unlust befruchteten, ihrer
niemals bewußten, – glänzend mit dünnster
Oberfläche leicht scheinlächelnden Unlust.

Da: der welke, faltige Stemmer,
der alte, der nur noch trommelt,
eingegangen in seiner gewaltigen Haut, als hätte sie früher
zwei Männer enthalten, und einer
läge nun schon auf dem Kirchhof, und er überlebte den andern,
taub und manchmal ein wenig
wirr, in der verwitweten Haut.

Aber der junge, der Mann, als wär er der Sohn eines Nackens
und einer Nonne: prall und strammig erfüllt
mit Muskeln und Einfalt.

Oh ihr,
die ein Leid, das noch klein war,
einst als Spielzeug bekam, in einer seiner
langen Genesungen…

Du, der mit dem Aufschlag,
wie nur Früchte ihn kennen, unreif,
täglich hundertmal abfällt vom Baum der gemeinsam
erbauten Bewegung (der, rascher als Wasser, in wenig
Minuten Lenz, Sommer und Herbst hat) –
abfällt und anprallt ans Grab:
manchmal, in halber Pause, will dir ein liebes
Antlitz entstehn hinüber zu deiner selten
zärtlichen Mutter; doch an deinen Körper verliert sich,
der es flächig verbraucht, das schüchtern
kaum versuchte Gesicht… Und wieder
klatscht der Mann in die Hand zu dem Ansprung, und eh dir
jemals ein Schmerz deutlicher wird in der Nähe des immer
trabenden Herzens, kommt das Brennen der Fußsohln
ihm, seinem Ursprung, zuvor mit ein paar dir
rasch in die Augen gejagten leiblichen Tränen.
Und dennoch, blindlings,
das Lächeln…

Engel! o nimms, pflücks, das kleinblütige Heilkraut.
Schaff eine Vase, verwahrs! Stells unter jene, uns noch nicht
offenen Freuden; in lieblicher Urne
rühms mit blumiger schwungiger Aufschrift: «Subrisio Saltat».

     Du dann, Liebliche,
du, von den reizendsten Freuden
stumm Übersprungne. Vielleicht sind
deine Fransen glücklich für dich –,
oder über den jungen
prallen Brüsten die grüne metallene Seide
fühlt sich unendlich verwöhnt und entbehrt nichts.
Du,
immerfort anders auf alle des Gleichgewichts schwankende Waagen
hingelegte Marktfrucht des Gleichmuts,
öffentlich unter den Schultern.

Wo, o wo ist der Ort – ich trag ihn im Herzen –,
wo sie noch lange nicht konnten, noch von einander
abfieln, wie sich bespringende, nicht recht
paarige Tiere; –
wo die Gewichte noch schwer sind;
wo noch von ihren vergeblich
wirbelnden Stäben die Teller
torkeln…

Und plötzlich in diesem mühsamen Nirgends, plötzlich
die unsägliche Stelle, wo sich das reine Zuwenig
unbegreiflich verwandelt –, umspringt
in jenes leere Zuviel.
Wo die vielstellige Rechnung
zahlenlos aufgeht.

Plätze, o Platz in Paris, unendlicher Schauplatz,
wo die Modistin, Madame Lamort,
die ruhlosen Wege der Erde, endlose Bänder,
schlingt und windet und neue aus ihnen
Schleifen erfindet, Rüschen, Blumen, Kokarden, künstliche Früchte –, alle
unwahr gefärbt, – für die billigen
Winterhüte des Schicksals.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Engel!: Es wäre ein Platz, den wir nicht wissen, und dorten,
auf unsäglichem Teppich, zeigten die Liebenden, die’s hier
bis zum Können nie bringen, ihre kühnen
hohen Figuren des Herzschwungs,
ihre Türme aus Lust, ihre
längst, wo Boden nie war, nur an einander
lehnenden Leitern, bebend, – und könntens,
vor den Zuschauern rings, unzähligen lautlosen Toten:
     Würfen die dann ihre letzten, immer ersparten,
immer verborgenen, die wir nicht kennen, ewig
gültigen Münzen des Glücks vor das endlich
wahrhaft lächelnde Paar auf gestilltem
Teppich?

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Un commento su “La quinta Elegia – Rainer Maria Rilke

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...