(Dediche) – Adrienne Rich

Wynn Bullock, Nude Behind Cobwebbed Window, 1955

 

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.           So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.             So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.             So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Da Un atlante del mondo difficile, 1991

da “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

***

XIII (Dedications)

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour.            I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet.            I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age.             I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else left to read
there where you have landed, stripped as you are.

Adrienne Rich

1990–1991

da “An Atlas of the Difficult World (1988 – 1991)”, W. W. Norton & Company, 1991

Tra Long Island e Manhattan – Piero Bigongiari

Susan McCartney, 59th Street Bridge in Fog, New York City, NY

 

Ma ecco fulmina questa gelatina
l’immensa vanità che si raffina
in vene e sangue, le pantere rampano
sulfuree dai pavimenti musivi, dall’alto
delle fronde dipinte uccelli cantano melliflui
questa morte intermedia che sorride
non più a se stessa, questa che non altra
infinità media che il suo intercedere
proclamandosi amore: e non è morte
già più, forse è sorriso, magari calcolo, certamente oblio.

Ma non ti oblio sull’orlo del bicchiere,
amorosa cicuta: altro son io,
un’altra morte dolce nel rosolio
che un’altra mano innocente ti porge.

Ci attendevano i miracoli del mare,
le ore senz’ora delle isole all’orizzonte,
il taglio azzurro alle radici delle cose,
negli alberghi di passaggio le rose dimenticate
in un bicchiere, fanés gli sguardi delle giovani prostitute
sull’orlo di un altro bicchiere. Ma il cerchio non si quadra,
non torna la morte con la vita, eppure torna,
gli angoli sono così clamorosamente curvi nell’azzurro
che ti sembra di ritornare su te stesso
e sei in una città di torri altissime da togliere il fiato
a quanto si specchia sul vetro gelatinato dell’amore.
Ti specchi e non ti vedi in queste ore azzurrine:
quello che c’è di là, il vuoto inabitato, non ti riempie,
immagine che non si stacca, francobollo già timbrato.

Così s’offre qualcosa di staccato
da tutto, sopra un piatto di nebbia argentata,
e insieme unito al suo rovescio, il tizzo
legato alla fiamma ch’è tizzo ancora
mentre a lungo vapora azzurrorosa.

Tra Long Island e Manhattan i cimiteri
fioriscono, come d’una salsedine, di spruzzi di neve dimenticata.
Le lunghe ellissi sui sepolcri imbiancati dei pionieri
tracciano la parola dell’attesa,
sull’orrenda distesa fiorisce un paradiso momentaneo,
un’innocenza strana, chi ha vissuto tace,
eppure un fuoco di arbusti qua e là cilestrino
apre le bocche a chi deve ancora confidare
che non tutto è finito: il grande silenzio
e il ronzio dei motori e già i gabbiani
ovattati sulle rocce sorvegliano la parola del mare.
Non trattenerti, oh non trattenerti più del necessario,
dove la parola ha origine, o forse è la sua fine.
La curva della parola è già fiamma nella tua bocca
destinata alla neve e in quella dei morti che ascoltano,
il proprio cranio amletico tra le mani,
le suture delle ossa come un’impuntura divina
a che il pensiero non pensi neve, non pensi altro
che quello che è nascosto sotto la fioritura momentanea.

Là forse le mani tinte del sangue del tramonto
porgile – sono le tue – dal finestrino, e scrivi, scrivi, amore,
lungo le ellissi di quelle strade che non so se ripercorrerai,
le maiuscole dell’incipit di quello che non sai,
scrivi scrivi sul bianco raccapriccio che già piglia fuoco
il sorridente capriccio delle tua fulminea eternità.
Là, là dove i denti del dolore quasi ridono.

Piero Bigongiari

3-12 settembre ’76

da “L’identificazione altera”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Chi sei? – Vladimír Holan

Foto di Nina Ai-Artyan

 

Non so se si dice ancora alle donne colombella mia,
non t’ho mai chiesto se eri felice,
miracolosa, non t’importa e giungi nella mia adorazione,
senza che io debba mentire, esser geloso o meritarmi l’amore,
fendibile, ti stringi alla mia tagliente miseria e ti ci butti intera
senza che io mi senta colpevole,
mangi e bevi con me tutti i miei confusi odii
che hai illuminato con la tua veggente semplicità,
mi commuovi, senza che mi senta migliore di quel che sono,
così come ci sentiamo durante una fantasia
composta per duecento pianoforti,
libera, dài libertà e non posso volere di più,
non posso volere di più —
eppure quest’angoscia tormentosa in me,
quest’angoscia per qualcuno che mai conoscerò!

Essere solo è molto, troppo per un sosia,
ma con te a mancarmi eri sempre e ancora tu…

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

dalla raccolta “In progresso”, (1943 -1948), in Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Kdo jsi?

Nevím, říká-li se ještě ženám moje holubičko,
nikdy jsem se tě neptal, jsi-li šťastna,
zázračná, nedbáš a přicházíš do mého zbožňování,
aniž bych musil lhát, žárlit či zasloužit si lásku,
štěpná, tiskneš se k mé ostré bídě a dáváš se jí celá,
aniž bych se cítil provinilcem,
jíš a piješ se mnou všechny mé nenávistné zmatky,
které jsi prozářila svojí vidoucí prostotou,
dojímáš mne, aniž bych se cítil lepším, než jsem,
jako to pociťujeme při fantazii
složené pro dvě stě klavírů,
svobodná, osvobozuješ, a nemohu chtít víc,
nemohu chtít víc —
a přece ta mučivá úzkost ve mně,
ta úzkost o někoho, jehož nikdy nepoznám!

Být sám je příliš mnoho na dvojníka,
ale s tebou jsi mi vždycky ještě chyběla ty…

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

«Rimani tesa volontà di dire» – Mario Luzi

Peter Marlow, Kingswear Castle, Devon, England, 1998

 

Rimani tesa volontà di dire.
Tua resti sempre
e forte
            la nominazione delle cose.
Delle cose e degli eventi.
Non cedere umiltà e potenza.
                                                      Muto
sotto le specie
di grida e vaniloquio
è l’assedio che ti stringe. Muta
la subdola intrusione
dell’insignificanza, dell’indifferenza.
                                          Procombono
nella loro nullità
umiliate non toccate
dal desiderio umano
                                      muoiono
                          l’una dentro l’altra
                          molto proliferando
                          le cose gli avvenimenti.
Ma tutti la vita li contiene.
Tutti, e procede imperiosamente.
Tu sai questo, e questo ti conviene.

Mario Luzi

da “Frasi e incisi di un canto salutare”, Milano, Garzanti, 1990

Ritorno – Octavio Paz

Foto di Anna Pavlova

A José Alvarado
Mejor será no regresar al pueblo,
al edén subvertido que se calla
en la mutilación de la metralla.
Ramón López Velarde

Voci girando l’angolo
                                         voci
tra le dita del sole
                                  ombra e luce
quasi liquide
                           Fischia il falegname
fischia il gelatiere
                                  fischiano
tre frassini nella piazzetta
                                               Cresce
si alza l’invisibile
fogliame dei suoni
                                  Tempo
steso ad asciugare sui terrazzi
Sono a Mixcoac
                             Nelle buche
marciscono le lettere
                                      Sulla calce del muro
la macchia della bouganvillea
                                                       schiacciata dal sole
scritta dal sole
                            violetta calligrafia passionale
Cammino all’indietro
                                        verso ciò che lasciai
o mi lasciò
                     Memoria
imminenza d’abisso

                                    balcone
sul vuoto
                 

                      Cammino senza avanzare
circondato da città
                                   Mi manca l’aria
mi manca il corpo
                                 mi mancano
la pietra che è cuscino e sepolcro
l’erba che è nube e acqua
Si spegne l’anima
                                Mezzogiorno
pugno di luce che picchia e picchia
Cadere in un ufficio
                                    o sull’asfalto
finire in ospedale
                                la pena di morir così
non val la pena
                             Guardo indietro
quel passante
                         non è che nebbia ormai

Germinazione d’incubi
infestazione d’immagini lebbrose
nel ventre il cervello i polmoni
nel sesso del tempio e della scuola
nei cinema
                    impalpabili abitanti del desiderio
nei luoghi in cui convergono qui e là
questo e quello
                           nei telai del linguaggio
nella memoria e le sue dimore
pullulare d’idee con unghie e zanne
moltiplicarsi di ragioni in forma di coltelli
in piazza e nella catacomba
nel pozzo del solitario
nel letto di specchi e nel letto di rasoi
nelle fogne sonnambule
negli oggetti in vetrina
seduti su un trono di sguardi

Matura nel sottosuolo
la vegetazione dei disastri
                                                Bruciano
milioni e milioni di vecchie banconote
al Banco de México
                                   In angoli e piazze
sopra ampi zoccoli di luoghi comuni
i Padri della civica Chiesa
conclave taciturno di Giganti e Capoccioni
né aquile né giaguari
                                       gli avvoltoi legulei
le cavallette
                       ali d’inchiostro mascelle di sierra
i coyotes ventriloqui
                                      trafficanti d’ombra
i benemeriti
                      la donnola ladra di galline
il monumento ai Sonagli e al loro serpente
gli altari al mauser e al machete
il mausoleo del caimano con le mostrine
retorica scolpita di frasi di cemento

Architetture paralitiche
                                                    rioni incagliati
giardini in putrefazione
                                            dune di salnitro
terre incolte
                       accampamento di nomadi urbani
formicaio vermicaio
                                      città nella città
cuciture di cicatrici
                                   viuzze in carne viva
Davanti alla vetrina delle bare
                                                         Pompe Funebri
puttane
                colonne nella notte vana
                                                              All’alba
nel bar alla deriva
                                  il disgelo dell’enorme specchio
in cui i bevitori solitari
contemplano il dissolversi delle proprie sembianze
Il sole si alza dal suo letto d’ossa
L’aria non è aria
                                affoga senza braccia né mani
L’alba strappa la tenda
                                            Città
cumulo di parole infrante

                                               Il vento
in angoli polverosi
                                   sfoglia i giornali
Notizie di ieri
                          più remote
d’una tavoletta cuneiforme fatta a pezzi
Scritture lacerate
                                 linguaggi distrutti
si sono rotti i segni
                                   atl tlachinolli
                   si spezzò
                                   acqua bruciata
Manca un centro
                                piazza di adunanza e consacrazione
manca un asse
                            dispersione degli anni
fuga degli orizzonti
                                    Marcarono la città
su ogni porta
                         ogni fronte
                                              il segno $

Siamo accerchiati
                                  Sono tornato al punto di partenza
Ho vinto? ho perso?
                                     (Chiedi
a quali leggi obbediscono “successo” ed “insuccesso”?
I canti dei pescatori galleggiano
davanti alla riva immobile
                                                Wang Wei al Prefetto Chang
dalla sua capanna sul lago
                                                  Però io non voglio
un santuario intellettuale
a San Àngel o a Coyoacán)
                                                  Tutto è vincita
se tutto è perdita
                                Vado verso me stesso
verso la piazzetta
                                Lo spazio è dentro
non è un eden sovvertito
                                             è un battito di tempo
I luoghi sono confluenze
                                             aleggiare di presenze
in uno spazio istantaneo

                                             Il vento sibila
tra i frassini
                       zampilli
ombra e luce quasi liquide
                                                 voci d’acqua
brillano     scorrono      si perdono
                                                              mi lasciano nelle mani
un fascio di riflessi
                                   Cammino senza avanzare
Non arriviamo mai
                                     Non siamo mai dove siamo
Non il passato
                            il presente è intoccabile

Octavio Paz

(Traduzione di Franco Mogni)

da “Ritorno” (1969-1975), in “Octavio Paz, Vento Cardinale e altre poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

I versi 25-26 (p. 271) sono ripresi da un haiku di Masaoka Shiki (1867 – 1902). Cfr. Octavio Paz, Versiones y diversiones, México 1974, pag. 248.
Giganti e Capoccioni:  in Spagna, alcune processioni presentano figure grottesche, giganti e nani dalla testa enorme. I padri della chiesa, o civica chiesa, sono in pratica un conclave di giganti e nani grotteschi. Non si tratta di aquile e nemmeno di giaguari – ordini, questi, militari e religiosi del Messico precolombiano − bensì di licenciados  zopilotes.
Zopilote (dal nahua tzopilotl, da tzotl, sudiciume e piloa, appendere): auragallinaza, uccello rapace diurno dalle piume nere, grande come una gallina, che si nutre di carogne.
Tapachiche: specie di grossa cavalletta dalle ali rosse.
Coyote (dal nahua coyotl, adivo): specie di lupo, grande come un mastino, dal colore grigio giallognolo. In senso figurato, si riferisce a coloro che trafficano con la giustizia e le conoscenze in aree governative.
Benemeriti: in Messico, benemerito per eccellenza è Benito Juárez ( 1806 − 1872), trasformato in una figura di cemento, patrono di politici e politicanti.
Cocomixtle o basáride: mammifero carnivoro simile a una grossa donnola − bersagli suoi sono le galline e i campi di mais − che gli indios tengono, disseccato, come un trofeo. Tutti questi animali e altri che non menziono, dal cardellino demagogo all’aquila oppressora, ecc. fanno ormai parte della zoopolitica popolare messicana.
Il serpente a sonagli: tipico del continente americano. In questo caso, monumento al rumore, al vociare, al chiacchierio e quindi anche al serpente che lo produce.
I versi 12−13 (pag. 275)  corrispondono all’ultimo endecasillabo del sonetto II del ciclo Crepúsculos de la Ciudad, in Octavio Paz, Poemas (1935 − 1975), Barcelona 1979, p. 73.
Nel verso 1 (pag. 277), l’espressione nahua atl tlachinolli significa  «acqua/ (qualcosa) bruciato ». Secondo Alfonso Caso, acqua indica anche sangue, mentre (qualcosa) bruciato allude a incendio. Cfr. El teocalli de la guerra sagrada, México 1927 ed El ombligo de la luna, México 1952. L’opposizione tra l’acqua e il fuoco, le loro lotte, i loro abbracci, erano una metafora della guerra cosmica, modello a sua volta della guerra tra gli uomini. Il geroglifico atl tlachinolli appare spesso nei monumenti aztechi. (Teocalli o teocali, da teotl, dio e calli, casa: tempio degli antichi messicani. N.d.T.) Città e civiltà poggiano su un’immagine; l’unione dei contrari, acqua e fuoco, divenne la metafora della fondazione di città dei Messico. L’immagine appare in altre civiltà − non occorre ricordare Novalis e la sua « fiamma bagnata » − ma in nessun’altra ha ispirato in modo così pieno e compiuto una società come nel caso degli aztechi. Anche se atl tlachinolli ebbe un senso religioso e guerriero, la visione che la metafora dispiega davanti a noi va ben oltre l’idea imperialistica a cui si è voluto ridurla. È un’immagine del cosmo e degli uomini come vasta unità contraddittoria. Visione tragica: il cosmo è movimento, e l’asse di sangue di quei movimento è l’uomo. Dopo un pellegrinaggio di parecchi secoli, i mexica fondarono México Tenochtitlán proprio nel luogo indicato dall’augurio del loro dio Huitzilopochtli: il macigno nella laguna; sul macigno, il fico d’India, i cui frutti simboleggiano i cuori umani; sopra il fico, l’aquila, uccello solare che divora i frutti rossi; il serpente; acque bianche; alberi e piantagioni, anch’essi bianchi… Atl tlachinolli: « molto chiara e bella, quel giorno l’acqua della fonte sgorgava assai rossiccia, quasi come il sangue, biforcandosi in due ruscelli, e nel solco del secondo l’acqua usciva così azzurra, occasione di spavento […] » (Códice Ramirez: Relación del origen de los indios que habitan esta Nueva España, según sus historias, sedicesimo secolo, México 1944).
I versi 16 − 19 (pag. 277)  corrispondono agli ultimi due di una poesia di otto, Al prefecto Chang, del poeta, musicista e pittore cinese Wang Wei (701 – 761). Cfr. Octavio Paz, Versiones y diversiones, cit., pag. 205. (Franco Mogni)

∗∗∗

Vuelta

A José Alvarado
Mejor será no regresar al pueblo,
al edén subvertido que se calla
en la mutilación de la metralla.
Ramón López Velarde

Voces al doblar la esquina
                                                  voces
entre los dedos del sol
                                           sombra y luz
casi líquidas
                       Silba el carpintero
silba el nevero
                             silban
tres fresnos en la plazuela
                                                Crece
se eleva el invisible
follaje de los sonidos
                                      Tiempo
tendido a secar en las azoteas
Estoy en Mixcoac
                                 En los buzones
se pudren las cartas
                                    Sobre la cal del muro
la mancha de la buganvilla
                                                   aplastada por el sol
escrita por el sol
                                morada caligrafía pasional
Camino hacia atrás
                                     hacia lo que dejé
o me dejó
                   Memoria
inminencia de precipicio
                                              balcón
sobre el vacío

                           Camino sin avanzar
estoy rodeado de ciudad
                                             Me falta aire
me falta cuerpo
                              me faltan
la piedra que es almohada y losa
la yerba que es nube y agua
Se apaga el ánima
                                  Mediodía
puño de luz que golpea y golpea
Caer en una oficina
                                     o sobre el asfalto
ir a parar a un hospital
                                            la pena de morir así
no vale la pena
                             Miro hacia atrás
ese pasante
                      ya no es sino bruma

Germinación de pesadillas
infestación de imágenes leprosas
en el vientre los sesos los pulmones
en el sexo del templo y del colegio
en los cines
                      impalpables poblaciones del deseo
en los sitios de convergencia del aquí y el allá
el esto y el aquello
                                  en los telares del lenguaje
en la memoria y sus moradas
pululación de ideas con uñas y colmillos
multiplicación de razones en forma de cuchillos
en la plaza y en la catacumba
en el pozo del solitario
en la cama de espejos y en la cama de navajas
en los albañales sonámbulos
en los objetos del escaparate
sentados en un trono de miradas

Madura en el subsuelo
la vegetación de los desastres
                                                       Queman
millones y millones de billetes viejos
en el Banco de México
                                         En esquinas y plazas
sobre anchos zócalos de lugares comunes
los Padres de la Iglesia cívica
cónclave taciturno de Gigantes y Cabezudos
ni águilas ni jaguares
                                         los licenciados zopilotes
los tapachiches
                            alas de tinta mandíbulas de sierra
los coyotes ventrílocuos
                                            traficantes de sombra
los beneméritos
                              el cacomixtle ladrón de gallinas
el monumento al Cascabel y a su víbora
los altares al máuser y al machete
el mausoleo del caimán con charreteras
esculpida retórica de frases de cemento

Arquitecturas paralíticas
                                          barrios encallados
jardines en descomposición
                                                    médanos de salitre
baldíos
              campamentos de nómadas urbanos
hormigueros gusaneras
                                            ciudades de la ciudad
costurones de cicatrices
                                             callejas en carne viva
Ante la vitrina de los ataúdes
                                                       Pompas Fúnebres
putas
pilares de la noche vana
                                                      Al amanecer
en el bar a la deriva
                                      el deshielo del enorme espejo
donde los bebedores solitarios
contemplan la disolución de sus facciones
El sol se levanta de su lecho de huesos
El aire no es aire
                                ahoga sin brazos ni manos
El alba desgarra la cortina
                                                   Ciudad
montón de palabras rotas

                                                 El viento
en esquinas polvosas
                                       hojea los periódicos
Noticias de ayer
                              más remotas
que una tablilla cuneiforme hecha pedazos
Escrituras hendidas
                                     lenguajes en añicos
se quebraron los signos
                           atl tlachinolli
         se rompió
                           agua quemada
No hay centro
                           plaza de congregación y consagración
no hay eje
                    dispersión de los años
desbandada de los horizontes
                                                       Marcaron a la ciudad
en cada puerta
                            en cada frente
                                                       el signo $

Estamos rodeados
                                   He vuelto adonde empecé
¿Gané o perdí?
(Preguntas
¿qué leyes rigen “éxito” y “fracaso”?
Flotan los cantos de los pescadores
ante la orilla inmóvil
                                      Wang Wei al Prefecto Chang
desde su cabaña en el lago
                                                 Pero yo no quiero
una ermita intelectual
en San Ángel o en Coyoacán)
                                                       Todo es ganancia
si todo es pérdida
                                  Camino hacia mí mismo
hacia la plazuela
                                El espacio está adentro
no es un edén subvertido
                                              es un latido de tiempo
Los lugares son confluencias
                                                     aleteo de presencias
es un espacio instantáneo
                                               Silba el viento
entre los fresnos
                               surtidores
luz y sombra casi líquidas
                                                voces de agua
brillan     fluyen      se pierden
                                                       me dejan en las manos
un manojo de reflejos
                                         Camino sin avanzar
Nunca llegamos
                              Nunca estamos en donde estamos
No el pasado
                         el presente es intocable

Octavio Paz

da “Vuelta”, Seix Barral, Barcelona, 1976