«Mi lavavo all’aperto ch’era notte» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1921

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia trocaica; quartine a rime alterne (aBaB…), con assonanza delle uscite maschili della seconda e della terza strofa (vorotá : cholstá; zvezdá : bedá; – nella versificazione russa moderna due uscite maschili per rimare a pieno titolo debbono avere in comune non soltanto la vocale accentata, ma anche un altro suono identico, che segua o preceda la vocale).
La lirica, composta nell’autunno del 1921 a Tiflis/Tbilisi, fu ispirata a Mandel´štam, si pensa, dalle notizie della morte di Blok (7 agosto 1921) e della fucilazione di Gumilëv (24 agosto 1921).
L’assenza, al v. 1, del pronome personale ja (‘io’) – che è propria del linguaggio colloquiale e dell’annotazione diaristica – sembra quasi voler sfumare l’“eroe lirico”, spostarlo ai margini della scena, affidandogli il ruolo di semplice voce che descrive, medita e ripiega su un doloroso, tragico presente (si noti, nella prima quartina, la frattura nell’uso dei tempi verbali).
Al v. 3 (e al v. 9), il motivo del «sale» forse rinvia all’immagine evangelica del «sale della terra», oltre che ad altri simboli e ad altre associazioni legate al tema della sofferenza e del sacrificio: il poeta, “sale della terra”, che si fa portatore della sofferenza, si tramuta in capro espiatorio, martire, figura “cristica”? L’«ascia», secondo Gasparov, si richiama al dostoevskiano Raskol´nikov (MG, p. 639).
v. 5: «porta del cortile» traduce il russo vorota, che in questo caso sembra riferirsi alla porta carraia dello steccato o del muro di cinta di una villa di Tiflis/Tbilisi trasformata nella “Casa delle arti”: «lussuoso palazzetto senz’acqua corrente» (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam, che assieme al marito vi abitò per qualche tempo, sullo scorcio del ’21); «ben sprangata» corrisponde al russo «Na zamok zakryty» (lett.: ‘chiusa a chiave’).
v. 6: «dura», nel senso di ‘rigida’, ‘severa’.
La «tela di bucato» del v. 8 corrisponde al russo «svežij cholst» (v. 7), che potrebbe indicare anche una ‘tela mai usata prima’: «Nella poesia», racconta Nadežda Mandel´štam, «s’infilò pure l’asciugamano di tela grezza, tessuta in casa, che ci eravamo portati dall’Ucraina» (NM3, p. 49).
v. 12: «piú onesta e paurosa»; lett.: ‘piú veridica e terribile’. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Умывался ночью на дворе»

Умывался ночью на дворе —
Твердь сияла грубыми звездами.
Звездный луч — как соль на топоре,
Стынет бочка с полными краями.

На замок закрыты ворота,
И земля по совести сурова.
Чище правды свежего холста
Вряд ли где отыщется основа.

Тает в бочке, словно соль, звезда,
И вода студеная чернее,
Чище смерть, соленее беда,
И земля правдивей и страшнее.

Осип Эмильевич Мандельштам

1921

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

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