Lady Lazarus – Sylvia Plath

Eve Arnold, Marlene Dietrich at Columbia Records recording Studio, New York, 1952

 

L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
mi riesce —

una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
splendente come un paralume nazista,
il piede destro

un fermacarte,
il viso, anonima e fine
tela ebraica.

Solleva il panno,
o mio nemico.
Incuto terrore? —

Il naso, le occhiaie vuote, tutti i denti?
L’alito puzzolente
svanirà in un giorno.

Presto, presto la carne
che il severo sepolcro ha divorato
tornerà al suo posto su di me,

e sarò una donna sorridente.
Ho trent’anni soltanto.
E come i gatti ho nove volte per morire.

Questa è la Numero Tre.
Quanto ciarpame
da annientare ogni decennio,

che miriade di filamenti.
La folla che sgranocchia noccioline
spintona per vedere

mentre vengo sbendata mani e piedi —
il grande spogliarello.
Signori e signore,

ecco qua le mie mani,
le ginocchia.
Sarò pure pelle e ossa,

ma sono sempre la stessa identica donna.
La prima volta avevo dieci anni.
Fu un incidente.

La seconda volevo
andare fino in fondo senza ritorno.
Cullandomi mi chiusi

come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
e staccarmi di dosso i vermi come perle appiccicose.

Morire
è un’arte, come qualunque altra cosa.
Io lo faccio in modo magistrale,

lo faccio che fa un effetto da impazzire
lo faccio che fa un effetto vero.
Potreste dire che ho la vocazione.

È facile farlo in una cella.
È facile farlo e rimanerci.
È il teatrale

ritorno in scena in pieno giorno,
stesso posto, stessa faccia, stesso bestiale
urlo goduto:

«Miracolo!»
è questo che mi stende.
Si paga

per vedere le mie cicatrici, si paga
per ascoltarmi il cuore —
funziona eccome.

E si paga, si paga salato
per sentire una parola, per toccare,
per un goccio di sangue,

una ciocca di capelli, un brandello di veste.
E così, Herr Doktor,
e così, Herr Nemico.

Sono il tuo capolavoro,
il tuo bene prezioso,
l’infante d’oro puro

che si scioglie in un grido.
Mi rigiro e brucio.
Non credere che sottovalutati le tue sollecite cure.

Cenere, cenere —
Frughi e rimesti.
Carne, ossa, non ci sono resti —

una saponetta,
una vera nuziale,
una capsula dentaria.

Herr Dio, Herr Lucifero
in guardia
in guardia.

Dalla cenere
sorgo con i miei capelli rossi
e divoro gli uomini come aria.

Sylvia Plath

23-29 ottobre 1962

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Ariel”, in “I capolavori di Sylvia Plath”, Mondadori Editore, 2004

***

Lady Lazarus

I have done it again.
One year in every ten
I manage it—

A sort of walking miracle, my skin
Bright as a Nazi lampshade,
My right foot

A paperweight,
My face a featureless, fine
Jew linen.

Peel off the napkin
O my enemy.
Do I terrify?—

The nose, the eye pits, the full set of teeth?
The sour breath
Will vanish in a day.

Soon, soon the flesh
The grave cave ate will be
At home on me

And I a smiling woman.
I am only thirty.
And like the cat I have nine times to die.

This is Number Three.
What a trash
To annihilate each decade.

What a million filaments.
The peanut-crunching crowd
Shoves in to see

Them unwrap me hand and foot—
The big strip tease.
Gentlemen, ladies

These are my hands
My knees.
I may be skin and bone,

Nevertheless, I am the same, identical woman.
The first time it happened I was ten.
It was an accident.

The second time I meant
To last it out and not come back at all.
I rocked shut

As a seashell.
They had to call and call
And pick the worms off me like sticky pearls.

Dying
Is an art, like everything else.
I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I’ve a call.

It’s easy enough to do it in a cell.
It’s easy enough to do it and stay put.
It’s the theatrical

Comeback in broad day
To the same place, the same face, the same brute
Amused shout:

‘A miracle!’
That knocks me out.
There is a charge

For the eyeing of my scars, there is a charge
For the hearing of my heart—
It really goes.

And there is a charge, a very large charge
For a word or a touch
Or a bit of blood

Or a piece of my hair or my clothes.
So, so, Herr Doktor.
So, Herr Enemy.

I am your opus,
I am your valuable,
The pure gold baby

That melts to a shriek.
I turn and burn.
Do not think I underestimate your great concern.

Ash, ash—
You poke and stir.
Flesh, bone, there is nothing there—

A cake of soap,
A wedding ring,
A gold filling.

Herr God, Herr Lucifer
Beware
Beware.

Out of the ash
I rise with my red hair
And I eat men like air.

Sylvia Plath

23-29 October 1962

da “Ariel”, London, Faber and Faber, 1965

Natura – Mario Luzi

Foto di Brett Weston

 

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l’amore.

Mario Luzi

da “La barca”, Guanda, Modena, 1935

I poeti sono dei presocratici – Adam Zagajewski

 

I poeti sono dei presocratici. Nulla comprendono.
Attentamente ascoltano il bisbiglio dei vasti fiumi di pianura.
Ammirano il volo degli uccelli, la pace dei giardini suburbani
e i treni ad alta velocità, che corrono dritti fino all’ultimo respiro.
L’odore del fresco pane caldo proveniente dal panificio
fa sì che essi si arrestino sul posto,
come se si ricordassero di qualcosa di molto importante.
Quando balbetta il ruscello montano, il filosofo s’inchina all’acqua selvaggia. Le bambine giocano colle bambole, un gatto nero attende impazientemente. Silenzio sui campi in agosto, quando volano via le rondini.
Anche le città hanno i loro sogni.

Vanno a passeggio per strade di campagna. La strada non ha fine.
A volte regnano e allora tutto s’immobilizza
– ma il loro dominio non dura a lungo.
Quando fa la sua apparizione l’arcobaleno, l’inquietudine svanisce.
Nulla sanno, ma annotano singole metafore.
Congedano i defunti, le loro labbra si sommuovono.
Guardano i vecchi alberi rivestirsi di verdi foglie.
A lungo tacciono, e poi cantano e cantano, finché non scoppia la gola.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

Da ASIMMETRIA, 2014

dalla rivista “Poesia”, Anno XXX, Novembre 2017, N. 331, Crocetti Editore

La storia – Eugenio Montale

André Kertész, Elevated Train Platform, New York, 1937

1

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

2

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

Eugenio Montale

1969

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

«I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi» – Nazim Hikmet

Jeanne Hébuterne

 

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

Nazim Hikmet

1948

(Traduzione di Joyce Lussu)

da “Lettere dal Carcere a Munevver”

da “Nazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963