Profezia – Josif Alexandrovic Brodskij

Florence Henri, Bretagne, 1937

 

Vivremo io e te su quella riva,
dal continente un’altissima diga
ci isolerà dentro lo stretto cerchio
tracciato da una lampada domestica.
Combatteremo a carte, io e te,
la risacca infuriata ascolteremo,
tossicchieremo, respirando appena,
agli aliti del vento troppo forti.

Io sarò vecchio e tu, tu sarai giovane:
eppure, come insegnano i pionieri,
noi conteremo in giorni e non in anni
quel che ci resta per la nuova età.
E nella nostra Olanda rovesciata
noi pianteremo un orto, io e te,
oltre la soglia cuoceremo ortiche,
ci nutrirà il polipo del sole.

Strepiterà la pioggia sui cetrioli.
Come esquimesi noi ci abbronzeremo,
ma resterà una striscia intatta e bianca:
ci passerai teneramente il dito.
In uno specchio il segno alla clavicola
scoprirò e l’onda oltre le spalle, e, appeso
a una cinghietta stinta e sudaticcia,
avvolto nella lana, il vecchio geiger.

Verrà l’inverno e farà turbinare
sul nostro tetto la paglia, implacabile.
E se faremo un figlio, Andrej o Anna
lo chiameremo, perché, sul visino
grinzoso impresso, l’alfabeto russo
non sia scordato nel suo primo suono,
come il prolungamento di un sospiro,
che durerà, sempre più rafforzandosi.

Combatteremo a carte, fino a quando
via dalla riva ci trascinerà
il riflusso tortuoso. Con le briscole.
E nostro figlio silenziosamente
senza nulla capire guarderà
come la tarma sbatte nella lampada,
e sarà tempo allora che ritorni
indietro, oltre la diga…

Josif Alexandrovic Brodskij

1965

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Fermata nel deserto”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

***

Пророчество 

Мы будем жить с тобой на берегу,
отгородившись высоченной дамбой
от континента, в небольшом кругу,
сооруженном самодельной лампой.
Мы будем в карты воевать с тобой
и слушать, как безумствует прибой,
покашливать, вздыхая неприметно,
при слишком сильных дуновеньях ветра.

Я буду стар, а ты – ты молода.
Но выйдет так, как учат пионеры,
что счет пойдет на дни – не на года, –
оставшиеся нам до новой эры.
В Голландии своей наоборот
мы разведем с тобою огород
и будем устриц жарить за порогом
и солнечным питаться осьминогом.

Пускай шумит над огурцами дождь,
мы загорим с тобой по-эскимосски,
и с нежностью ты пальцем проведешь
по девственной, нетронутой полоске.
Я на ключицу в зеркало взгляну
и обнаружу за спиной волну
и старый гейгер в оловянной рамке
на выцветшей и пропотевшей лямке.

Придет зима, безжалостно крутя
осоку нашей кровли деревянной.
И если мы произведем дитя,
то назовем Андреем или Анной.
Чтоб, к сморщенному личику привит,
не позабыт был русский алфавит,
чей первый звук от выдоха продлится
и, стало быть, в грядущем утвердится.

Мы будем в карты воевать, и вот
нас вместе с козырями отнесет
от берега извилистость отлива.
И наш ребенок будет молчаливо
смотреть, не понимая ничего,
как мотылек колотится о лампу,
когда настанет время для него
обратно перебраться через дамбу.

Иосиф Александрович Бродский

da “Новые стансы к Августе (Стихи к М. Б., 1962—1982)”, Ann Arbor: Ardis, 1983

CERN – Davide Rondoni

Laetitia Casta by Dominique Issermann

 

Da che punto dell’universo
si sono chiamate nella tenebra
le nubi luminose di galassie per iniziare
a immaginare il tuo viso dove non c’era
immagine ancora

da quale
improvviso silenzio delle orbite musicali
del non tempo
ha iniziato a venirmi incontro
il tuo sorriso, il corpo carillon –

e da quale sperduto scambio di inchini di stelle
nell’istante della loro esplosione e morte
ha iniziato a venire verso di me
la tua delicatissima figura, la linea dolce
e dura della tua concentrazione

Era mattino? Era sera? Dov’era
il treno che prendesti, la mia voce rotta di poesia, dov’era
quella città bianca nella mappa del non universo ancora?
Era già vita, o era già la sua
nostalgia?

Ti crea e mette a mio imperio
la natura, e il vento che via le traversa lo sguardo
amore in tutto l’anticipo tutto il ritardo
appari sulla mappa del pianto dei millenni

ti affina la energia libera degli elementi, la malinconia
primordiale di forze indenni
il loro unirsi nel rischio del vivente,
in una cosa chiamata
“ecco è, così
sia”

– che destino sono i miei occhi per vederti

che appuntamento hanno preparato le prime
collisioni della vita con la vita
per la carezza che ora meravigliato
avvicino al tuo viso

ho al braccio tutti i nastri e gli sciami
di pianeti e astri

da dove vieni, creatura così di continuo creata
nell’aria fino a qui dall’inizio tremata

Davide Rondoni

da “La natura del bastardo”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016

Non t’amo più – Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Evgenij Evtušenko

 

Non t’amo più… È un finale banale.
Banale come la vita, banale come la morte.
Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perché recitare!

Al cucciolo soltanto, a questo mostriciattolo peloso, non è dato capire
perché ti dai tanta pena e perché io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta,
lo lasci passare tu, e raschia la mia porta.

C’è da impazzire, con questo dimenìo continuo…
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto.
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.

Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo ottuso «Un amore salvato».

È fin dall’inizio che bisogna difendere l’amore
dai «mai» ardenti e dagli ingenui «per sempre!».
E i treni ci gridavano: «Non si deve promettere!».
E i fili fischiavano: «Non si deve promettere!».

I rami che s’incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l’ottimismo totale,
che per la speranza c’è più posto senza grandi speranze.

È meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
È meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l’amore d’un momento.

È meno crudele non ripetere «ti amo», quando tu ami.
È terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.

Non bisogna promettere… L’amore è inattuabile.
Perché condurre all’inganno, come a nozze?
La visione è bella finché non svanisce.
È meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.

Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più.
Perdonami d’averti amato.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

1966

(Traduzione di Sandra Grotoff)

da “Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, Poesie”, Newton Compton, 1972

***

Я разлюбил тебя…

Я разлюбил тебя… Банальная развязка.
Банальная, как жизнь, банальная, как смерть.
Я оборву струну жестокого романса,
гитару пополам — к чему ломать комедь!

Лишь не понять щенку — лохматому уродцу,
чего ты так мудришь, чего я так мудрю.
Его впущу к себе — он в дверь твою скребётся,
а впустишь ты его — скребётся в дверь мою.

Пожалуй, можно так с ума сойти, метаясь…
Сентиментальный пёс, ты попросту юнец.
Но не позволю я себе сентиментальность.
Как пытку продолжать — затягивать конец.

Сентиментальным быть не слабость — преступленье,
когда размякнешь вновь, наобещаешь вновь
и пробуешь, кряхтя, поставить представленье
с названием тупым «Спасённая любовь».

Спасать любовь пора уже в самом начале
от пылких «никогда!», от детских «навсегда!».
«Не надо обещать!» — нам поезда кричали,
«Не надо обещать!» — мычали провода.

Надломленность ветвей и неба задымлённость
предупреждали нас, зазнавшихся невежд,
что полный оптимизм — есть неосведомлённость,
что без больших надежд — надёжней для надежд.

Гуманней трезвым быть и трезво взвесить звенья,
допрежь чем их надеть,— таков закон вериг.
Не обещать небес, но дать хотя бы землю.
До гроба не сулить, но дать хотя бы миг.

Гуманней не твердить «люблю…», когда ты любишь.
Как тяжело потом из этих самых уст
услышать звук пустой, враньё, насмешку, грубость,
и ложно полный мир предстанет ложно пуст.

Не надо обещать… Любовь — неисполнимость.
Зачем же под обман вести, как под венец?
Виденье хорошо, пока не испарилось.
Гуманней не любить, когда потом — конец.

Скулит наш бедный пёс до умопомраченья,
то лапой в дверь мою, то в дверь твою скребя.
За то, что разлюбил, я не прошу прощенья.
Прости меня за то, что я любил тебя.

Евгений Александрович Евтушенко

1966

da “Евгений Александрович Евтушенко, Стихотворения и поэмы”, Volume 1, Советская Россия, 1987

Corona – Paul Celan

 

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

Paul Celan

1948

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

È da questa poesia che Celan desume il binomio Mohn und Gedächtnis. Corona è una lirica d’amore, scritta nel 1948, probabilmente già a Parigi, che si differenzia da quelle scritte precedentemente, a Bucarest: ora infatti la relazione amorosa sembra volersi proclamare ufficialmente. Gli amanti si fanno alla finestra, si mostrano: perché «è tempo che si sappia». Con apparente paradosso essi si amano come Mohn und Gedächtnis, ossia come possono amarsi due contrari: l’oblio e la memoria. L’amore si perfeziona e si esalta nella difficile conciliazione degli opposti. Assumendolo come titolo dell’intera raccolta, Celan ne ha esteso enormemente l’alone simbolico. Dobbiamo supporre che con esso il poeta abbia voluto indicare l’opposizione in cui si trovava a vivere e sentire in quei primi anni del dopoguerra; e la speranza di poterla conciliare nel cerchio magico di una relazione, che a differenza di quelle attestate in quasi tutte le restanti poesie amorose della raccolta, in Corona si presenta tanto poco occasionale e precaria da voler essere riconosciuta ufficialmente e quindi farsi supporto di una condizione duratura. L’opposizione, quasi non occorre precisarlo, è quella tra l’inevitabile e del resto voluto ricordo delle tragiche esperienze attraversate in patria e la legittima aspirazione a non farsene sopraffare, a lasciarsi aperta la strada per una nuova esistenza.
Nel contesto di Corona il termine Mohn indica bensì, nella sua prima accezione, il rosso fiore di campo, ma l’accoppiamento con Gedächtnis lo carica in modo evidente del significato traslato, che del resto è anche letterariamente attestato («Oh Mohn der Dichtung…», invoca il poeta Ludwig Uhland) come oblio, dolce rimedio alla pressione dei ricordi o di una realtà opprimente. Ed esplicitamente il Mohn des Vergessens (alla lettera: “papavero del dimenticare”) è nominato in Die Ewigkeit. Traducendo con papavero si rimane fedeli alla lettera, ma si perde il traslato; inoltre la forma italiana ha una connotazione vistosa, popolaresca, si tratta insomma dell’allegro rosolaccio che ravviva i prati e i campi estivi. Siamo, in tutti i sensi, molto lontani dal tedesco Mohn, che non a caso conosce anche la forma Klatschmohn, per indicare specificamente il fiore in quello che ha di più sgargiante (Klatsch). (Giuseppe Bevilacqua)

∗∗∗

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche Verlags–Anstalt GmbH, Stuttgart, 1952

«Eri dritta e felice» – Leonardo Sinisgalli

Dipinto di Brenda Burke

 

Eri dritta e felice
Sulla porta che il vento
Apriva alla campagna.
Intrisa di luce
Stavi ferma nel giorno,
Al tempo delle vespe d’oro
Quando al sambuco
Si fanno dolci le midolla.
Allora s’andava scalzi
Per i fossi, si misurava l’ardore
Del sole dalle impronte
Lasciate sui sassi.

Leonardo Sinisgalli

da “Vidi le Muse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1943