Silenzio! – Paul Celan

 

 

Silenzio! Io pianto la spina nel tuo cuore
poiché la rosa, la rosa
sta con le ombre nello specchio, e sanguina!
Essa già sanguinava, allorché mischiammo il sì e il no
e lo bevemmo a sorsi,
perché un bicchiere, sbalzato dal tavolo, tintinnò:
s’annunciò con scampanio una notte, tenebrante più a lungo che noi.

Bevemmo con avide bocche:
sapeva di fiele,
eppur spumava come il vino –
Io tenni dietro al raggio dei tuoi occhi,
e la lingua ci balbettò dolcezza…
(È così che balbetta, ancora sempre.)

Silenzio! La spina ti penetra più a fondo nel cuore:
essa fa lega con la rosa.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

***

Stille!

Stille! Ich treibe den Dorn in dein Herz,
denn die Rose, die Rose
steht mit den Schatten im Spiegel, sie blutet!
Sie blutete schon, als wir mischten das Ja und das Nein,
als wirs schlürften.
weil ein Glas, das vom Tisch sprang, erklirrte:
cs läutete ein eine Nacht, die finsterte länger als wir.

Wir tranken mit gierigen Mündern:
es schmeckte wie Galle,
doch schäumt’ cs wie Wein –
Ich folgte dem Strahl deiner Augen,
und die Zunge lallte uns Süße…
(So lallt sic, so lallt sic noch immer.)

Stille! Der Dorn dringt dir tiefer ins Herz:
er steht im Bund mit der Rose.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche Verlags–Anstalt GmbH, Stuttgart, 1952

Alfabeti – Seamus Heaney

Foto di Robert Doisneau

I

Un’ombra che suo padre fa a mani giunte
E con pollici e dita rosicchia sulla parete
Come una testa di coniglio. Lui capisce
Che capirà di più quando andrà a scuola.

Là disegna fumo col gesso la prima settimana,
Poi disegna il bastoncino a forca che chiamano Y.
Questo è scrivere. Collo e dorso di un cigno
Fanno un 2 che ora lui sa vedere e anche dire.

Due travi e una traversina sulla lavagna
Sono la lettera che uno chiama a, e un altro ei.
Ci sono cartelloni, ci sono parole guida, un modo
Giusto di tenere la penna e un modo sbagliato.

Prima c’è da «ricopiare», e poi c’è l’«inglese»
Segnato giusto con una piccola zappa storta.
Odore d’inchiostro sale nel silenzio della classe.
Il globo alla finestra pende come un’O colorata.

II

Declinazioni cantate in aria come un hosanna
Mentre, stratificate, colonne dopo colonne,
Libro Primo degli Elementa latina,
In lui si elevano marmoree e minacciose.

Perché è stato allevato poi a una più severa scuola
Intitolata al santo patrono del bosco di querce
Dove al cambio di lezione squillava una campana
E lui lasciò il foro latino per l’ombra

Di una nuova calligrafia dove si sentiva a casa.
Erano alberi le lettere di quell’alfabeto.
Le maiuscole erano frutteti in pieno fiore,
Le righe di scrittura come rotoli di rovi nei fossi.

Qui nella sua veste ornata di nastri e a piedi nudi,
Tutta boccoli di assonanze e note boscherecce
Sogno di poeta lo passava furtiva come raggio di sole
E poi si introduceva nei tenebrosi intrichi.

E lui impara quest’altra scrittura. È lo scriba
Che nel suo campo bianco guidò un giogo di penne.
Alla porta della sua cella saettano e sfiorano i merli.
Poi l’automortificazione, il digiuno, il puro freddo.

Con regola più dura più lontano si spingeva a nord
Si piega sopra lo scrittoio e ricomincia.
La falce di Cristo è passata nella sterpaglia.
La scrittura diventa nuda e merovingia.

III

Ruotato il globo. È ritto in una O di legno.
Lui allude a Shakespeare. Lui allude a Graves.
Il tempo ha cacciato la scuola e la finestra di scuola.
Macchine sfornano balle come stampe dove covoni puntellati

Disegnavano lambda sulle stoppie al tempo del raccolto
E la faccia a delta di tutte le buche delle patate
Era spianata e coperta di terriccio contro il gelo.
Tutto è andato, con l’omega che faceva la guardia
Sopra ogni porta, il ferro di cavallo della fortuna.
Eppure, linguaggio in forma di note, assoluto nell’aria
Come le lettere di Costantino in cielo IN HOC SIGNO
Ancora ha signoria su di lui; oppure il negromante

Che appendeva alla volta del soffitto di casa sua
Una figura del mondo con i colori dentro
Così che la figura dell’universo
E «non solo singole cose» incontrassero il suo sguardo

Quando usciva all’aperto. Come dalla finestrella
L’astronauta vede tutto quello donde è scattato,
Quella sospesa, acquea, singolare, O lucente
Come un ovulo ingrandito e galleggiante –

O come i miei occhi pre-consapevolmente sgranati
Ansiosamente fissi sull’intonacatore sulla scala
Mentre pareggiava il timpano e scriveva il nostro nome
Con la punta della cazzuola, lettera dopo lettera strana.

Seamus Heaney

(Traduzione di Francesca Romana Paci)

da “La lanterna di biancospino”, Guanda, Parma, 1999

∗∗∗

Alphabets

I

A shadow his father makes with joined hands
And thumbs and fingers nibbles on the wall
Like a rabbit’s head. He understands
He will understand more when he goes to school.

There he draws smoke with chalk the whole first week,
Then draws the forked stick that they call a Y.
This is writing. A swan’s neck and swan’s back
Make the 2 he can see now as well as say.

Two rafters and a cross-tie on the slate
Are the letter some call ah, some call ay.
There are charts, there are headlines, there is a right
Way to hold the pen and a wrong way.

First it is ‘copying out’, and then ‘English’
Marked correct with a little leaning hoe.
Smells of inkwells rise in the classroom hush.
A globe in the window tilts like a coloured O.

II

Declensions sang on air like a hosanna
As, column after stratified column,
Book One of Elementa Latina,
Marbled and minatory, rose up in him.

For he was fostered next in a stricter school
Named for the patron saint of the oak wood
Where classes switched to the pealing of a bell
And he left the Latin forum for the shade

Of new calligraphy that felt like home.
The letters of this alphabet were trees.
The capitals were orchards in full bloom,
The lines of script like briars coiled in ditches.

Here in her snooded garment and bare feet,
All ringleted in assonance and woodnotes,
The poet’s dream stole over him like sunlight
And passed into the tenebrous thickets.

He learns this other writing. He is the scribe
Who drove a team of quills on his white field.
Round his cell door the blackbirds dart and dab.
Then self-denial, fasting, the pure cold.

By rules that hardened the farther they reached north
He bends to his desk and begins again.
Christ’s sickle has been in the undergrowth.
The script grows bare and Merovingian.

III

The globe has spun. He stands in a wooden O.
He alludes to Shakespeare. He alludes to Graves.
Time has bulldozed the school and school window.
Balers drop bales like printouts where stooked sheaves

Made lambdas on the stubble once at harvest
And the delta face of each potato pit
Was patted straight and moulded against frost.
All gone, with the omega that kept

Watch above each door, the good luck horse-shoe.
Yet shape-note language, absolute on air
As Constantine’s sky-lettered IN HOC SIGNO
Can still command him; or the necromancer

Who would hang from the domed ceiling of his house
A figure of the world with colours in it
So that the figure of the universe
And ‘not just single things’ would meet his sight

When he walked abroad. As from his small window
The astronaut sees all he has sprung from,
The risen, aqueous, singular, lucent O
Like a magnified and buoyant ovum –

Or like my own wide pre-reflective stare
All agog at the plasterer on his ladder
Skimming our gable and writing our name there
With his trowel point, letter by strange letter.

Seamus Heaney

da “The Haw Lantern”, Faber and Faber Limited, London, 1987

Aspettativa – Valentino Zeichen

Giovanni Boldini, Sulla panchina del Bois, 1872, collezione privata

 

Di ieri in ieri
di domani in domani
i secondi curvano lungo
la circonferenza dell’attesa
circuendo più volte il nulla.

Il mio capo non trova posizione
in nessuna geografia
e si volge alterno
al passato e al futuro facendo capolino;
il suo cruccio è non sapere
da quale parte, semmai, verrai.

Valentino Zeichen

da “Pagine di gloria”, Guanda, Milano, 1983

Sogni infranti – William Butler Yeats

Lore Krüger, Porträt, 1938

 

Fra i tuoi capelli è qualche filo bianco.
E i giovani ormai più quando tu passi
d’improvviso non soffoca il respiro.
Ma qualche vecchio forse mormorando
ti benedice, ché una tua preghiera
l’ha scampato sul letto della morte.
Per te che sai del cuore ogni tormento
e ogni tormento hai inflitto all’altrui cuore,
di gracile fanciulla germogliando
la tua bellezza grave – per te sola
il cielo ha cancellato la sentenza,
tanta parte gli serbi in quella pace,
se cammini soltanto in una stanza.

La tua bellezza può tra noi lasciare
solo ricordi, pallidi ricordi.
E un giorno a un vecchio un giovane dirà:
“Diteci dunque di quella signora
che un poeta ostinato ci esaltava
quando l’età gli ebbe gelato il cuore.”

Vaghi ricordi, pallidi ricordi
che nella tomba tutti rivivranno.
La certezza che un giorno la signora
vedrò giacere o ritta o camminare
nella bellezza sua prima di donna
col fervore degli occhi giovanili
m’ha fatto come folle delirare.

E tu sei bella più d’ogni altra donna,
ma una macchia offuscava il tuo bel corpo:
non erano le tue piccole mani
belle, e temo che tu forse non corra
e remi fino al polso in quell’arcano
lago sempre ricolmo dove quelli
che hanno adempito alle divine leggi
remano e sono ormai perfetti. Lascia
immutate le mani ch’io baciavo
per amore di un’amicizia antica.

L’ultimo tocco della mezzanotte
muore; l’intero giorno ho allineato
di sogno in sogno e poi di verso in verso
divagando con un fantasma d’aria:
solo ricordi, pallidi ricordi.

William Butler Yeats

(Traduzione di Leone Traverso)

da “Poesie”, Vallecchi, Firenze, 1973

***

Broken Dreams

There is grey in your hair.
Young men no longer suddenly catch their breath
when you are passing;
but maybe some old gaffer mutters a blessing
because it was your prayer
recovered him upon the bed of death.
For your sole sake – that all heart’s ache have known,
and given to others all heart’s ache,
from meagre girlhood’s putting on
burdensome beauty — for your sole sake
heaven has put away the stroke of her doom,
so great her portion in that peace you make
by merely walking in a room.

Your beauty can but leave among us
vague memories, nothing but memories.
A young man when the old men are done talking
will say to an old man, “Tell me of that lady
the poet stubborn with his passion sang us
When age might well have chilled his blood.”

Vague memories, nothing but memories,
but in the grave all, all, shall be renewed.
The certainty that I shall see that lady
leaning or standing or walking
in the first loveliness of womanhood,
and with the fervour of my youthful eyes,
has set me muttering like a fool.

You are more beautiful than any one,
and yet your body had a flaw:
your small hands were not beautiful,
and I am afraid that you will run
and paddle to the wrist
in that mysterious, always brimming lake
where those that have obeyed the holy law
paddle and are perfect. Leave unchanged
the hands that I have kissed,
for old sakes’ sake.

The last stroke of midnight dies.
All day in the one chair
from dream to dream and rhyme to rhyme I have ranged
in rambling talk with an image of air:
vague memories, nothing but memories.

William Butler Yeats

da “The Wild Swans At Coole”, Macmillan Publishers, 1919

«Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Galina Kurlat, Brandon I, 2007

 

Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli,
si arrosseranno sotto fruste e flagelli, bruceranno nel gelo.

Le tue mani infantili alzeranno pesanti ferri da stiro,
alzeranno pesanti ferri da stiro, e legheranno spaghi e fili.

I tuoi teneri piedi cammineranno sul vetro scalzi,
cammineranno sul vetro scalzi, e nella rena fra rosse chiazze…

E io per te brucerò come una candela color pece,
brucerò come una candela, e non oserò dir preghiere.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1934

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tetrapodia anapestica; distici a rime baciate tutte maschili; il secondo emistichio di ogni verso dispari viene ripreso come incipit del verso successivo.
La lirica, secondo Gasparov, «tratteggia il destino della compagna di un condannato o di un giustiziato» (MG, pp. 660-61) – e piú in generale, io direi, di una donna a lui cara e devota, che ha sembianze quasi da figura “cristica” in versione femminile. La sua datazione non è sicura, benché tutte le sue edizioni la diano composta nel 1934, magari nel febbraio di quell’anno. Anche N. Chardžiev – che negli anni Cinquanta ne rintracciò per la prima volta una copia fra le carte di Polina (Lina) Finlkel´štejn (1906-77), vedova del critico letterario Sergej Rudakov (1909-44), già compagno d’esilio di Mandel´štam a Voronež – la riteneva «scritta a Mosca» (BP, p. 299), e dunque nei mesi precedenti il primo arresto del poeta (maggio 1934). Ma, come si vedrà, la sua stesura – perlomeno, quella definitiva – potrebbe risalire alla primavera del ’35.
Nadežda Mandel´štam tendeva a credere che il testo fosse indirizzato a lei – o anche a lei; la prima o principale dedicataria dové essere, invece, la giovane poetessa e traduttrice Marija (Marusja) Petrovych (1908-79), che da parte di Mandel´štam, tra il 1933 e il ’34, fu oggetto di una breve, travolgente infatuazione. Mandel´štam probabilmente descrive la sorte a cui la Petrovych, in quanto sua amica – oltretutto, era fra le persone che conoscevano il suo “epigramma” su Stalin –, rischiava di andare incontro. Un’altra poesia scritta di sicuro per lei nel febbraio del ’34, «Masterica vinovatych vzorov» [«Tu, maestra di colpevoli sguardi»], si chiude con i versi: «Ja stoju u tvërdogo poroga. | Uchodi, ujdi, eščë pobud´» («Sto fermo presso questa dura soglia. | Vai, vattene, rimani ancora un poco»), dove la «soglia» è quella della morte.
v. 4: «spaghi e fili», usati per mettere insieme o assicurare fagotti, ceste da portarsi dietro nei viaggi, nei trasferimenti piú o meno obbligati da un luogo a un altro (o per fare pacchi da spedire a qualcuno che si trovava in prigione, in un campo di lavoro e simili?).
v. 6: «rosse chiazze», lasciate dai propri piedi (o da quelli di altre persone a cui era toccata la stessa sorte?).
v. 7: «di pece» è una libera traduzione dell’aggettivo čërnaja (‘nera’). Di fronte al distico finale della poesia, Nadežda Mandel´štam riconosceva che i due versi forse sono davvero rivolti a una donna diversa da lei, dalla moglie, poiché i sentimenti di «angoscia e dolore» che esprimono li si vuole come tenere nascosti alla «propria donna»; ma suggeriva, fra altro, che potesse trattarsi di «una conseguenza degli interrogatori» subiti da Mandel´štam alla Lubjanka, durante i quali «lo s’impauriva» dicendogli che anche la moglie era in carcere (ŽT, pp. 248-49). In effetti, il secondo emistichio del v. 4 sembra far eco, per esempio, ai vv. 5-6 di «Stiamocene un po’ in cucina assieme». Credo però che abbia ragione È. Gerštejn, quando nell’immagine della «candela color pece» – della «čërnaja svečka» – vede far grumo, cristallizzarsi un senso di colpa e un’ansia di automortificazione che potevano riguardare solo la Petrovych, della quale Mandel´štam alla Lubjanka, in un maldestro tentativo di proteggerla, disse che s’era trascritta l’“epigramma” contro Stalin ma «aveva promesso di bruciare subito la trascrizione» (GM, pp. 432-33). E il poeta riprese a scrivere versi solo nell’aprile del ’35. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Твоим узким плечам под бичами краснеть,»

Твоим узким плечам под бичами краснеть,
Под бичами краснеть, на морозе гореть.

Твоим детским рукам утюги поднимать,
Утюги поднимать да веревки вязать.

Твоим нежным ногам по стеклу босиком,
По стеклу босиком да кровавым песком…

Ну, а мне за тебя черной свечкой гореть,
Черной свечкой гореть да молиться не сметь.

Осип Эмильевич Мандельштам

Февраль› 1934

da “О.Э. Мандельштам, Собрание сочинений в 4 t.”, М.: Арт-Бизнес-Центр, 1994, Т. 3