Viaggio in una stiva – Roberto Mussapi

Roberto Mussapi, foto di Dino Ignani

Prologo

Non buio, ma la luce dei dormienti, come figure
logorate dal cielo troppo spesso, ora, riposa
quel corpo conosciuto da altri viventi
ora solo. Ho udito, mormora
dal fondo della quiete apparente. Ma era
vera, e non è lei che mormora.

Voce

Poi, nella stiva i suoni battevano sulle mie ossa
e sotto il ventre tonfi sordi, di gomma
«Chiudete i cassetti, fermate i travi
di questa traversata orrenda», poi, sulla guancia
sinistra l’acqua intiepidita dalla mia guancia
impregnata di legno, e lei parlava senza essere
udita, la mente sbranata dai cani bianchi
«rendetele almeno…» ma non era più lei
il mormorio era acqueo, padrone di se stesso.

*

L’immagine si è fermata e nella mente stride
lo strappo del filo trasparente. Odore
di cellulosa, mentre si era svegliata
la vista, gli occhi, conoscevo i miei occhi:
non buio, perché un sedile luccicava, a sinistra,
ma dall’altra parte il rullio mi feriva la testa

e qualche goccia sul pavimento nero minacciava
di splendere. Attende, anche lei
la veglia, qualcuno dietro la porta
ha acceso la luce: una sciabola distesa
su questo pavimento: ma forse non è ancora in te
non sembra attendere, forse si scioglierà
sul pavimento, prima di averti benedetto.

*

Ero girato e sul torace premevano le acque
lontane forse, ma senza contatto, senza orecchi
era solo il loro peso la mia conoscenza.

*

Poi come cellule si sono spente le finestre
e una corrente verde chiara passando sulle palpebre
ha restituito il profondo: senza luce
ma in movimento qualcosa accadeva
e c’era lui, mio conosciuto, nel mezzo.

*

«Seppellite queste travi negli occhi, lasciate
che i becchi nascosti perforino all’osso…»
ma non dimenticava la prima acqua sulla guancia
odorosa di legno, la propria carne ferita

le navi che facevano vela sul suo corpo
oltre quel buio addormentato, che spezzava lo sterno.

*

Sono scesi altri fiumi di colpi gracidanti
mentre la lama sottile splende ancora, distante.
Chiunque la invocò l’aveva già dentro
e lo splendore attendeva se stesso.

*

Dove si è spenta la luce e le sponde si sono ricongiunte
io mi sento, me stesso nella lampada che oscilla
fuori: dal cigolio, da una ferita gialla
penetrata nelle tempie a intervalli:
io, ho detto, io, qui, e non è muschio questa
ma acqua stagnante su legno d’abete e voi
i dipartiti le frecce di una forza che ricordo
non la memoria, non i sepolti.

*

Se toccheranno terra io sarò serrato nel loro
cuore come in questa stiva prigioniero.

Epilogo

Poi tra i frutti d’oro le ombre sono scomparse
e la voce di ognuno si è inginocchiata tra gli aranci,
restate così lontani dalla marea e dalle mie
costole, non progettate altro che già non sia stato
ognuno entrerà nel respiro e poi si perderà
nell’aria, uccidendo gli alberi bui e i gatti addormentati
penetrando i portoni chiusi, a ottobre, per il primo freddo,
incontrando la propria madre su un sentiero di pietra
e la sveglia non stupirà le mani intorpidite
nessuno chiederà perdono e limbo a quello squillo
quando la luce dalla fessura della persiana illumina
il corpo bianco sotto il suo lenzuolo, e il giorno
che lo aspetta, lasciate vuote le scarpe, buie
addormentate sul tappeto, in ordine, l’allarme
entra con ogni fiotto di sangue nel cervello, e la carne
povera splenderà in silenzio.

Roberto Mussapi

da “Luce frontale”, Jaca Book, 1998

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