La gioia di scrivere – Wisława Szymborska

 

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola «bosco».

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Uno spasso” (1967), Libri Scheiwiller, 2009

***

Radość pisania

Dokąd biegnie ta napisana sarna przez napisany las?
Czy z napisanej wody pić,
która jej pyszczek odbije jak kalka?
Dlaczego łeb podnosi, czy coś słyszy?
Na pożyczonych z prawdy czterech nóżkach wsparta
spod moich palców uchem strzyże.
Cisza – ten wyraz też szeleści po papierze
i rozgarnia
spowodowane słowem „ las ” gałęzie.

Nad białą kartką czają się do skoku
litery, które mogą ułożyć się źle,
zdania osaczające,
przed którymi nie będzie ratunku.

Jest w kropli atramentu spory zapas
myśliwych z przymrużonym okiem,
gotowych zbiec po stromym piórze w dół,
otoczyć sarnę, złożyć się do strzału.

Zapominają, że tu nie jest życie.
Inne, czarno na białym, panują tu prawa.
Okamgnienie trwać będzie tak długo, jak zechcę,
pozwoli się podzielić na małe wieczności
pełne wstrzymanych w locie kul.
Na zawsze, jeśli każę, nic się tu nie stanie.
Bez mojej woli nawet liść nie spadnie
ani źdźbło się nie ugnie pod kropką kopytka.

Jest więc taki świat,
nad którym los sprawuję niezależny?
Czas, który wiążę łańcuchami znaków?
Istnienie na mój rozkaz nieustanne?

Radość pisania.
Możność utrwalania.
Zemsta ręki śmiertelnej.

Wisława Szymborska

da “Sto pociech: wiersze”, Państwowy Instytut Wydawniczy, 1967 

Valzer – Adam Zagajewski

 

Sono così sgargianti i giorni, così chiari,
che la polvere bianca della disattenzione
copre persino le rare esili palme.
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne,
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani
sospesi nell’aria si muovono appena,
punteggiatura di un più alto scritto.
Sulle tue labbra una goccia di vino.
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono
lente mentre una stella appare.
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai
in uniformi bianche immacolate
suona un valzer di Šostakovič; piangono
i bimbi, come se intuissero
di cosa parla quella musica allegra.
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo.
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi Edizioni, 2012

Allegramente – Jiří Orten

a Lída Matouškova

Non è successo niente. Tu, Dio, m’hai perduto,
che non devi sognare perché hai tutto.
Ingenuo, stupido Lot, che non si era voltato!
Coraggio che ha coraggio da sé si taglia il sudario.

Sono un po’ stanco. Cercami finché posso
ancora esser trovato, come la cosa che cresce
nel circolo, nel cerchio degli infiniti vertici,
come un letto che è assurdo (perché Procuste non c’è).

Perché non c’è Procuste. Tutto questo è esistito
forse, ma non piú ora! (In cielo dimora il non essere?)
Il matto tarlo si trapana nella sua opera
dall’altra parte, fuori; sarà già oltre la bibbia.

Non la mia morte, ma dico uno stupore che si spegne,
dico solo una pietra, greve sulla parola,
pietra di tomba, pietra come tante,
che si sgretola e muore, a essere pronunziata.

Allegramente siamo stati pronunziati.
Suonare, sussurrare, tacere, tremare – ma a dove?
L’andare è morto. Morta la meta. Solo uno scimmiottare
vive, che ormai da tanto ci sa a memoria.

Oh, non dico di me, ma dico un futuro di ruderi
che si seppelliranno. E notte che si fa giorno.
Dico il braccio di Dio, ormai diventato una frusta.
Dico la sua salvezza, di cui restiamo incerti.

Jiří Orten

5.1.1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Vesele, vesele    

                                                                                Lídě Matouškové

Nic nestalo se přec. Ty jsi mne, Bože, ztratil,
ty, který nesmíš snít, protože všechno máš.
Bláhový, směšný Lot, který se neobrátil!
Odvážná odvaha si stříhá na rubáš.

Jsem trochu znavený. Hledej mne, dokud mohu
být ještě nalezen, jak to, co zarůstá
do kola, do kruhu, který má plno rohů,
jak lože bez smyslu (neb není Prokrusta).

Neb není Prokrusta! To všechno možná bylo
a není, není již! (Co není, v nebi dlí? )
Ztřeštěný červotoč si navrtává dílo
na druhou stranu, ven; už bude za biblí!

Ó nejde o mou smrt. Jde o úžas, jenž hyne,
jde jenom o kámen, jenž těžkne nad slovem,
o kámen náhrobní, o kámen jako jiné,
který se rozpadá a mře, byv vysloven.

Vesele, vesele jsme byli vysloveni.
Kam znít? Kam šeptati? Kam zmlknout? Kam se chvět?
Směr mrtev. Mrtev cíl. Žije jen opičení
a to nás dovede už dávno nazpamět.

Ó nejde o mne přec. Jde o budoucnost trosek,
jež sebe zasypou. Jde o noc, co se dní.
O ruku Boží jde, jež přešla do rákosek
O jeho spásu jde, nad níž jsme bezradni.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

«Non chiedermi parole, oggi non bastano» – Maria Luisa Spaziani

André Kertész, Untitled, Toronto, 1981

 

Non chiedermi parole, oggi non bastano.
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili
nei loro incastri, sono consunte voci.
È sempre un prevedibile dejà vu.

Vorrei parlare con te − è lo stesso con Dio −
tramite segni umbratili di nervi,
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.

Un fremere d’antenne, un disegno di danza,
un infinitesimo battere di ciglia,
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002

Elogio dell’ombra – Jorge Luis Borges

Ferdinando Scianna, Jorge Luis Borges, Palermo, Sicilia, 1984

 

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L’animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Livio Bacchi Wilcock)

da “Jorge Luis Borges, Poesie”, BUR, Milano, 2004 

***

Elogio de la sombra

La vejez (tal es el nombre que los otros le dan)
puede ser el tiempo de nuestra dicha.
El animal ha muerto o casi ha muerto.
Quedan el hombre y su alma.
Vivo entre formas luminosas y vagas
que no son aún la tiniebla.
Buenos Aires,
que antes se desgarraba en arrabales
hacia la llanura incesante,
ha vuelto a ser la Recoleta, el Retiro,
las borrosas calles del Once
y las precarias casas viejas
que aún llamamos el Sur.
Siempre en mi vida fueron demasiadas las cosas;
Demócrito de Abdera se arrancó los ojos para pensar;
el tiempo ha sido mi Demócrito.
Esta penumbra es lenta y no duele;
fluye por un manso declive
y se parece a la eternidad.
Mis amigos no tienen cara,
las mujeres son lo que fueron hace ya tantos años,
las esquinas pueden ser otras,
no hay letras en las páginas de los libros.
Todo esto debería atemorizarme,
pero es una dulzura, un regreso.
De las generaciones de los textos que hay en la tierra
sólo habré leído unos pocos,
los que sigo leyendo en la memoria,
leyendo y transformando.
Del Sur, del Este, del Oeste, del Norte,
convergen los caminos que me han traído
a mi secreto centro.
Esos caminos fueron ecos y pasos,
mujeres, hombres, agonías, resurrecciones,
días y noches,
entresueños y sueños,
cada ínfimo instante del ayer
y de los ayeres del mundo,
la firme espada del danés y la luna del persa,
los actos de los muertos,
el compartido amor, las palabras,
Emerson y la nieve y tantas cosas.
Ahora puedo olvidarlas. Llego a mi centro,
a mi álgebra y mi clave,
a mi espejo.
Pronto sabré quién soy.

Jorge Luis Borges

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969