Alchimia del verbo – Arthur Rimbaud

Renato Guttuso, Sera a Velate, 1980

     

      A me. La storia di una delle mie follie.
     Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili e trovavo irrisorie le celebrità della pittura e della poesia moderna.
     Mi piacevano i dipinti idioti, sovrapporte, scenari, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari, la letteratura fuori moda, il latino di chiesa, i libri erotici senza ortografia, i romanzi dei nostri nonni, i racconti di fate, i libretti per bambini, le vecchie opere, i ritornelli semplici, i ritmi ingenui.
     Sognavo crociate, spedizioni di cui non si hanno documenti, repubbliche senza storia, guerre di religione soffocate, rivoluzioni di costumi, spostamenti di razze e di continenti: credevo a tutti gli incantesimi.
     Inventai i colori delle vocali! – A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. – Regolai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi illusi d’inventare un linguaggio poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Tenevo in serbo la traduzione.
     Fu dapprima uno studio. Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini.

∗∗∗

Lontano dagli uccelli, dai greggi, dalle contadine,
che cosa bevevo, inginocchiato in quella brughiera
circondata da teneri boschetti di noccioli,
in una tiepida e verde foschia pomeridiana?

Che mai potevo bere in quella giovane Oise,
– olmi senza voce, erba senza fiori, cielo coperto! –
bere a quelle zucche gialle, lontano dalla mia cara capanna?
Forse un liquore d’oro che fa sudare.

Ero una losca insegna di locanda.
– Un temporale venne a scacciare il cielo. La sera,
l’acqua dei boschi si perdeva sulle sabbie vergini,
il vento di Dio gettava ghiaccioli sugli stagni;

Piangendo, vedevo dell’oro – e non potei berlo. –

∗∗∗

D’estate, alle quattro di mattina,
il sonno d’amore dura ancora.
Sotto i boschetti svapora
l’odore della sera festeggiata.

Laggiù, nel loro grande cantiere
sotto il sole delle Esperidi,
già sono in azione – in maniche di camicia, –
i Carpentieri.

Nei loro Deserti di muschio, preparano,
tranquilli, i pannelli preziosi
su cui la città
                                                      dipingerà falsi cieli.

O, per quegli Operai meravigliosi,
sudditi di un re di Babilonia,
Venere lascia un attimo gli amanti
che hanno l’anima incoronata.

                             O Regina dei Pastori,
                             porta ai lavoratori l’acquavite,
perché le loro forze si ristorino
aspettando il bagno in mare a mezzogiorno.

∗∗∗

     Il vecchiume poetico interveniva in buona parte nella mia alchimia del verbo.
     Mi abituai all’allucinazione semplice: vedevo chiaramente una moschea al posto di un’officina, una scuola di tamburi con degli angeli per maestri, dei calessi per le strade del cielo, un salotto sul fondo di un lago; i mostri, i misteri; un titolo di operetta faceva sorgere cose spaventose davanti a me.
     Poi spiegai i miei sofismi magici con l’allucinazione delle parole!
     Finii per trovare sacro il disordine del mio spirito. Ero ozioso, in preda ad una febbre pesante: invidiavo la felicità degli animali, – i bruchi che rappresentavano l’innocenza del limbo, le talpe, il sonno della verginità!
     Il mio carattere s’inaspriva. Dicevo addio al mondo con delle specie di romanze:

Canzone della torre più alta

Venga, venga il tempo
di cui ci si innamora.

Ho tanto pazientato
che per sempre io dimentico.
Paure e sofferenze

in cielo son svanite.
E la sete malsana
intorbida le mie vene.

Venga, venga il tempo
di cui ci si innamora.

Così la prateria
in preda all’oblio,
dilatata e fiorita

d’incenso e di loglio,
al selvaggio ronzio
delle sudice mosche.

Venga, venga il tempo
di cui ci si innamora.

     Amai il deserto, i frutteti riarsi, le botteghe sbiadite, le bevande riscaldate. Mi trascinavo per stradine puzzolenti e, ad occhi chiusi, mi offrivo al sole, dio di fuoco.
     “Generale, se è rimasto un vecchio cannone sui tuoi bastioni in rovina, bombardaci con blocchi di terra secca. Nelle vetrine di negozi splendidi! nei salotti! Fa’ che la città mangi la sua polvere. Ossida le grondaie. Riempi i salottini di polvere di rubino rovente…”
     Oh! il moscerino inebriato nel pisciatoio della locanda, innamorato della borrana, e dissolto da un raggio!

Fame

Se ho fame, è solo
di terra e di pietre.
Mi nutro sempre d’aria,
di roccia, di ferro, di carbone.

Fami mie, danzate. Pascolate, fami,
sul prato dei suoni.
                             Succhiate il gaio veleno
dei convolvoli.

Mangiate i sassi spaccati,
le vecchie pietre di chiese;
i ciottoli degli antichi diluvi,
pani sparsi nelle vallate grigie.

∗∗∗

Il lupo ululava tra le foglie
sputando le belle piume
del suo pasto di pollame:
come lui io mi consumo.

L’insalata, la frutta
aspettano solo d’esser colte;
ma il ragno della siepe
non mangia che violette.

Ah! dormire, bollire
sugli altari di Salomone.
Il brodo corre sulla ruggine,
e si mescola col Cedron.

     Infine, o felicità, o ragione, separai dal cielo l’azzurro, che è nero, e vissi, scintilla d’oro della luce naturale. Per la gioia, assumevo un’espressione quanto più buffa e smarrita possibile:

È ritrovata!
Che cosa? L’eternità.
È il mare che si fonde
col sole.

Eterna anima mia,
mantieni il tuo voto
malgrado la notte di solitudine
e il giorno di fuoco.

Ti sottrai dunque
agli umani suffragi,
agli slanci comuni!
E voli libera…

– Mai la speranza.
Nessun orietur.
                            Scienza e pazienza,
il supplizio è sicuro.

Non c’è più domani,
brace di raso,
il vostro ardore
                             è il dovere.

È ritrovata!
– Che cosa? – L’Eternità.
È il mare che si fonde
col sole.

∗∗∗

     Diventai un melodramma favoloso; vidi che tutti gli esseri hanno un destino di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare dell’energia, uno snervamento. La morale è la debolezza del cervello.
     Ad ogni essere mi sembravano dovute parecchie altre vite. Quel signore non sa quello che fa: è un angelo. Questa famiglia è una covata di cani. Davanti a molti uomini, conversai ad alta voce con un momento di un’altra delle loro vite. – Così, ho amato un porco.
Non ho dimenticato nessuno dei sofismi della follia, – la follia che viene rinchiusa, – : potrei ridirli tutti, ne possiedo il sistema.
     La mia salute fu minacciata. Sopraggiungeva il terrore. Cadevo in sonni di parecchi giorni e, da sveglio, continuavo i sogni più tristi. Ero maturo per la morte e lungo una strada pericolosa la mia debolezza mi guidava ai confini del mondo e della Cimmeria, patria dell’ombra e dei turbini.
     Dovetti viaggiare, distrarre gli incantesimi accumulati sul mio cervello. Sul mare, che io amavo come se avesse dovuto lavarmi da una contaminazione, vedevo innalzarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall’arcobaleno. La felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio tarlo: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per essere consacrata alla forza e alla bellezza.
     La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi mordeva al canto del gallo, – ad matutinum, al Christus venit, nelle più tetre città.

O stagioni, o castelli!
quale anima è senza errore?

Ho fatto il magico studio
della felicità, a cui nessuno sfugge.

Salute a lei, ogni volta
che canta il gallo celtico.

Ah! non avrò più desideri:
si prende cura lei della mia vita.

Questo incantesimo ha preso anima e corpo
e disperso ogni sforzo.

   O stagioni, o castelli!

L’ora della sua fuga, ahimè!
sarà l’ora della morte.

  O stagioni, o castelli!

∗∗∗

Questo è accaduto. Oggi io so salutare la bellezza.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Laura Mazza)

da “Poesie”, Newton Compton, 1972

∗∗∗

 Alchimie du verbe

      À moi. L’histoire d’une de mes folies.
     Depuis longtemps je me vantais de posséder tous les paysages possibles, et trouvais dérisoires les célébrités de la peinture et de la poésie moderne.
     J’aimais les peintures idiotes, dessus de portes, décors, toiles de saltimbanques, enseignes, enluminures populaires; la littérature démodée, latin d’église, livres érotiques sans orthographe, romans de nos aïeules, contes de fées, petits livres de l’enfance, opéras vieux, refrains niais, rhythmes naïfs.

     Je rêvais croisades, voyages de découvertes dont on n’a pas de relations, républiques sans histoires, guerres de religion étouffées, révolutions de mœurs, déplacements de races et de continents: je croyais à tous les enchantements.

     J’inventai la couleur des voyelles! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. – Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rhythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction.
     Ce fut d’abord une étude. J’écrivais des silences, des nuits, je notais l’inexprimable. Je fixais des vertiges.

∗∗∗

Loin des oiseaux, des troupeaux, des villageoises,
Que buvais-je, à genoux dans cette bruyère
Entourée de tendres bois de noisetiers,
Dans un brouillard d’après-midi tiède et vert?

Que pouvais-je boire dans cette jeune Oise,
– Ormeaux sans voix, gazon sans fleurs, ciel couvert! –
Boire à ces gourdes jaunes, loin de ma case
Chérie? Quelque liqueur d’or qui fait suer.

Je faisais une louche enseigne d’auberge.
– Un orage vint chasser le ciel. Au soir
L’eau des bois se perdait sur les sables vierges,
Le vent de Dieu jetait des glaçons aux mares;

Pleurant, je voyais de l’or – et ne pus boire. –

∗∗∗

À quatre heures du matin, l’été,
Le sommeil d’amour dure encore.
Sous les bocages s’évapore
L’odeur du soir fêté.

Là-bas, dans leur vaste chantier
Au soleil des Hespérides,
Déjà s’agitent – en bras de chemise –
Les Charpentiers.

Dans leurs Déserts de mousse, tranquilles,
Ils préparent les lambris précieux
Où la ville
                     Peindra de faux cieux.

Ô, pour ces Ouvriers charmants
Sujets d’un roi de Babylone,
Vénus! quitte un instant les Amants
Dont l’âme est en couronne.

                        Ô Reine des Bergers,
                       Porte aux travailleurs l’eau-de-vie,
Que leurs forces soient en paix
En attendant le bain dans la mer à midi.

∗∗∗

     La vieillerie poétique avait une bonne part dans mon alchimie du verbe.
     Je m’habituai à l’hallucination simple: je voyais trèsfranchement une mosquée à la place d’une usine, une école de tambours faite par des anges, des calèches sur les routes du ciel, un salon au fond d’un lac; les monstres, les mystères; un titre de vaudeville4 dressait des épouvantes devant moi.
     Puis j’expliquai mes sophismes magiques avec l’hallucination des mots!
     Je finis par trouver sacré le désordre de mon esprit. J’étais oisif, en proie à une lourde fièvre: j’enviais la félicité des bêtes, – les chenilles, qui représentent l’innocence des limbes, les taupes, le sommeil de la virginité!
     Mon caractère s’aigrissait. Je disais adieu au monde dans d’espèces de romances:

Chanson de la plus haute tour

Qu’il vienne, qu’il vienne,
Le temps dont on s’éprenne.

J’ai tant fait patience
Qu’à jamais j’oublie.
Craintes et souffrances

Aux cieux sont parties.
Et la soif malsaine
Obscurcit mes veines.

Qu’il vienne, qu’il vienne,
Le temps dont on s’éprenne.

Telle la prairie
À l’oubli livrée,
Grandie, et fleurie

D’encens et d’ivraie,
Au bourdon farouche
Des sales mouches.

Qu’il vienne, qu’il vienne,
Le temps dont on s’éprenne.

     J’aimai le désert, les vergers brûlés, les boutiques fanées, les boissons tiédies. Je me traînais dans les ruelles puantes et, les yeux fermés, je m’offrais au soleil, dieu de feu.
     “Général, s’il reste un vieux canon sur tes remparts en ruines, bombarde-nous avec des blocs de terre sèche. Aux glaces des magasins splendides! dans les salons! Fais manger sa poussière à la ville. Oxyde les gargouilles. Emplis les boudoirs de poudre de rubis brûlante…”
     Oh! le moucheron enivré à la pissotière de l’auberge, amoureux de la bourrache, et que dissout un rayon!

Faim 

Si j’ai du goût, ce n’est guère
Que pour la terre et les pierres.
Je déjeune toujours d’air,
De roc, de charbons, de fer.

Mes faims, tournez. Paissez, faims,
Le pré des sons.
Attirez le gai venin
Des liserons.

Mangez les cailloux qu’on brise,
Les vieilles pierres d’églises;
Les galets des vieux déluges,
Pains semés dans les vallées grises.

∗∗∗

Le loup criait sous les feuilles
En crachant les belles plumes
De son repas de volailles:
Comme lui je me consume.

Les salades, les fruits
N’attendent que la cueillette;
Mais l’araignée de la haie
Ne mange que des violettes.

Que je dorme! que je bouille
Aux autels de Salomon.
Le bouillon court sur la rouille,
Et se mêle au Cédron.

Enfin, ô bonheur, ô raison, j’écartai du ciel l’azur, qui est du noir, et je vécus, étincelle d’or de la lumière nature. De joie, je prenais une expression bouffonne et égarée au possible:

Elle est retrouvée!
Quoi? l’éternité.
C’est la mer mêlée
Au soleil.

Mon âme éternelle,
Observe ton vœu
Malgré la nuit seule
Et le jour en feu.

Donc tu te dégages
Des humains suffrages,
Des communs élans!
Tu voles selon…

– Jamais l’espérance.
Pas d’orietur.
Science et patience,
Le supplice est sûr.

Plus de lendemain,
Braises de satin,
Votre ardeur
Est le devoir.

Elle est retrouvée!
– Quoi? – l’Éternité.
C’est la mer mêlée
Au soleil.

∗∗∗

     Je devins un opéra fabuleux; je vis que tous les êtres ont une fatalité de bonheur: l’action n’est pas la vie, mais une façon de gâcher quelque force, un énervement. La morale est la faiblesse de la cervelle.
     À chaque être, plusieurs autres vies me semblaient dues. Ce monsieur ne sait ce qu’il fait: il est un ange. Cette famille est une nichée de chiens. Devant plusieurs hommes, je causai tout haut avec un moment d’une de leurs autres vies. – Ainsi, j’ai aimé un porc.
     Aucun des sophismes de la folie, – la folie qu’on enferme, n’a été oublié par moi: je pourrais les redire tous, je tiens le système.
     Ma santé fut menacée. La terreur venait. Je tombais dans des sommeils de plusieurs jours, et, levé, je continuais les rêves les plus tristes. J’étais mûr pour le trépas, et par une route de dangers ma faiblesse me menait aux confins du monde et de la Cimmérie , patrie de l’ombre et des tourbillons.
     Je dus voyager, distraire les enchantements assemblés sur mon cerveau. Sur la mer, que j’aimais comme si elle eût dû me laver d’une souillure, je voyais se lever la croix consolatrice. J’avais été damné par l’arc-en-ciel. Le Bonheur était ma fatalité, mon remords, mon ver: ma vie serait toujours trop immense pour être dévouée à la force et à la beauté.
     Le Bonheur! Sa dent, douce à la mort, m’avertissait au chant du coq, – ad matutinum, au Christus venit, – dans les plus sombres villes.

Ô saisons, ô châteaux!
Quelle âme est sans défauts?

Jai fait la magique étude
Du bonheur, qu’aucun n’élude.

Salut à lui, chaque fois
Que chante le coq gaulois.

Ah! je n’aurai plus d’envie:
Il s’est chargé de ma vie.

Ce charme a pris âme et corps
Et dispersé les efforts.

Ô saisons, ô châteaux!

L’heure de sa fuite, hélas!
Sera l’heure du trépas.

Ô saisons, ô châteaux!

∗∗∗

Cela s’est passé. Je sais aujourd’hui saluer la beauté.

Arthur Rimbaud

da “Une saison en enfer”, Alliance typographique (M. J. Poot & Cie), Bruxelles, 1873

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