Finale d’assedio – Milo De Angelis

Mario Sironi, Periferia (1948), Pinacoteca Comunale di Faenza

                     
L’inizio è stato questo, tra le rovine
e la ruota della fortuna.

 

L’amore era silenzioso come una congiura
nessuno sapeva se la vita era immensa
oppure niente, se il tempo dilagava
oltre le colline oppure un dio venerando
impediva al gesto la sua crescita o impediva
alle more di restare sulle labbra.

*

La notte esce dalle mani,
lo spazio irresistibile divampa, lo spazio
che sembrava circondare
questo foglio. La piazza muta luogo.
Non esiste un cerchio in cui fermarsi, un nome
pieno da ribadire sulle labbra. La mela
si mescola al tempo. Ogni frase
diventa linea perduta, annuncio di una volta.

*

È tardi
nettamente. La vita, con il suo
perno smarrito, galleggia incerta
per le strade e pensa
a tutto l’amore promesso.
Cosa attende da me? Dove batte
il cuore dei perduti? È questa
la meta misteriosa
di ciò che vive?
La casa si allontana
dai soggiorni, tutto
è consegnato all’evidenza
della fine, tutto è sfuggito…
… ma la sillaba
che stringeva la gola
è questa.

*

Rintocca il motivo del grande risveglio
nella voce di un taxista che percorre i viali
di Milano, il cerchio del giudizio,
tutta l’opera dei portoni che sembravano persi, tutto
il precipitare del sangue: tu eri solo
nella confusione dei corpi abbandonati
io ero dove tu non guardavi,
nel clamore segreto in cui ritornano.

*

Il fermaglio è ancora qui,
vicino alle tempie. Tutto è stato
quello che è stato,
il silenzio sul cuscino
è un’eco di questo. Domandiamo
un anno di luce completa, un volo
che ripete in alto
la stessa scena terrestre. Ma il niente
è niente e le spine si conficcano
sempre più dentro di noi.

*

Così ritornano e sentono
un lungo bacio senza luce, un mutismo
che insegue il battito del sangue,
escono da quella stanza
nello spavento delle strade
con un volto invisibile e uno straziato,
nessuna impronta li segnala e allora tornano
in questo bar di Affori, dove li aspetto
con un piede nel vuoto.

*

Non ho saputo capire
non so ancora
se l’incrocio dei pali
è legno o leggenda
se i baci sono freddi
nella mia poesia o nel primo sguardo
delle labbra sigillate,
se l’amore passa senza suono
tra i corpi nudi
che nessuna ombra custodisce.

*

Ma poi quell’ansia ostruita
trovò le sue labbra. Tutto
era nelle parole
portate una alla volta.
Portate a coloro che attendono.
Solo a loro, nelle strettoie
dell’urlo. Era il pane che si mescola
al sangue. Era la stessa
sillaba che ci chiama
dai sotterranei, perduta
impronta digitale, sguardo
dei grandi occhi senza ciglia.

*

L’infinito appare nel poco,
come l’ultima nota di un grido
mentre si dilegua. L’attimo ci insegue.
Cosa ho amato? Forse quell’aria,
due centimetri, tra il corpo e l’asticella,
che dà luce a ogni applauso. O quel soffio
invisibile sull’albero
dove sorride fanciulla e non ha fine.
E quei feriti di un’antica gara
che trovarono in questo bar
un interno musicale. Poi basta. Poi
la parola che presenta se stessa,
l’interminabile parola data.

*

È così. La memoria
di un uomo era solamente questa
manciata di sillabe. Solo loro
ritornano dalle cantine
abitate per niente
e sono puntuali, sono
scagliate oltre le rocce, bisbigliano
parole esterrefatte, sono un battere
di ali protese e fedeli
a un ordine oscuro. Adesso tu
devi tradurre.

Milo De Angelis

da “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, “Lo Specchio” Mondadori, 2010

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