Quasi fuori del cielo – Pablo Neruda

Mimmo Jodice, Napoli, Castel Sant_Elmo, 1990

 

11.

Quasi fuori del cielo si àncora tra due montagne
la metà della luna.
Girevole, errante notte, la scavatrice d’occhi.
Vediamo quante stelle sbriciolate nella pozzanghera.

Fa una nera croce tra le mie ciglia, fugge.
Fucina di metalli azzurri, notti delle lotte silenziose,
il mio cuore gira come un volante impazzito.

Fanciulla venuta da così lontano, portata da così lontano,
a volte il suo sguardo sfavilla sotto il cielo.
Lamento, tempesta, turbine di furia,
passa sopra il mio cuore, senza fermarti.
Vento dei sepolcri trasporta, distruggi, disperdi la tua radice sonnolenta.

Sradica i grandi alberi dall’altro lato di lei.
Ma tu, chiara bimba, domanda di fumo, spiga.
Era quella che il vento andava formando con foglie illuminate.
Dietro le montagne notturne, bianco giglio d’incendio,
ah nulla posso dire! Era fatta di tutte le cose.

Ansietà che apristi il mio cuore a coltellate,
è ora di seguire altra strada, dove lei non sorrida.

Tempesta che sotterrò le campane, torbido svolazzare di tormente,
perché toccarla ora, perché rattristarla.

Ahi seguire la strada che si allontana da tutto,
dove non stiano in agguato l’angoscia, la morte, l’inverno,
con i loro occhi aperti tra la rugiada.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

11. Casi fuera del cielo

Casi fuera del cielo ancla entre dos montañas
la mitad de la luna.
Girante, errante noche, la cavadora de ojos.
A ver cuántas estrellas trizadas en la charca.

Hace una cruz de luto entre mis cejas, huye.
Fragua de metales azules, noches de las calladas luchas,
mi corazón da vueltas como un volante loco.

Niña venida de tan lejos, traída de tan lejos,
a veces fulgurece su mirada debajo del cielo.
Quejumbre, tempestad, remolino de furia,
cruza encima de mi corazón, sin detenerte.
Viento de los sepulcros acarrea, destroza, dispersa tu raíz soñolienta.

Desarraiga los grandes árboles al otro lado de ella.
Pero tú, clara niña, pregunta de humo, espiga.
Era la que iba formando el viento con hojas iluminadas.
Detrás de las montañas nocturnas, blanco lirio de incendio,
ah nada puedo decir! Era hecha de todas las cosas.

Ansiedad que partiste mi pecho a cuchillazos,
es hora de seguir otro camino, donde ella no sonría.

Tempestad que enterró las campanas, turbio revuelo de tormentas
para qué tocarla ahora, para qué entristecerla.

Ay seguir el camino que se aleja de todo,
donde no esté atajando la angustia, la muerte, el invierno,
con sus ojos abiertos entre el rocío.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, National Editorial, 1924

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