I più uniti – Blaga Dimitrova

Foto di Janine Mizéra

 

Vuoi che rimanga per te solo un’amica.
Come posso capirlo?
Che mani fuse fino al dolore 
ora si sfiorino appena?

Sguardi che assetati si bevevano al fondo –
accennino soltanto un saluto?
Labbra senza pietà ardenti 
si scambino semplici frasi?

No, non siamo buoni amici.
Non può esistere un mezzo-amore.
Eravamo i più uniti… Per questo, da ora
nel mondo saremo i più estranei.

Blaga Dimitrova

1959

(Traduzione di Valeria Salvini)

da “Segnali (Poesie scelte 1937-1999)”, Fondazione Piazzolla, Roma, 2000

∗∗∗

Бяхме най-близки

Искаш с теб да останем добри познати.
Как да разбирам това?
Длани, които до болка се стапяха сляти –
да се здравистват едва?

Погледи, дето до дъно се пиеха жадни –
леко да се поздравят?
Устни, които се пареха безпощадни –
дружески да си мълвят?

Не, ние не можем да бъдем добри познати.
Няма среда в любовта.
Бяхме най-близки… Затуй отсега нататък
ше сме най-чужди в света.

Блага Димитрова

1959

da “Do utre. Stihotvorenija”, (A domani. Poesie), Sofia, 1959

«A cosa mi è servito correre per tutto il mondo» – Maria do Rosário Pedreira

Edward Drimsdale, Road, East of England, Autumn 1997

 

A cosa mi è servito correre per tutto il mondo,
trascinare, di città in città, un amore
che pesava più di mille valigie; mostrare
a mille uomini il tuo nome scritto in mille
alfabeti e un’immagine del tuo volto
che io giudicavo felice? A cosa mi è servito

respingere questi mille uomini, e gli altri mille
che fecero di tutto perché mi fermassi, mille
volte pettinando le pieghe del mio vestito
stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome
così bello in mille lingue che io mai
avrei compreso? Perché era solo dietro te

che correvo il mondo, era con la tua voce
nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello
dell’amore di città in città, il tuo nome
sulle mie labbra di città in città, il tuo
volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,

ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editore

***

«De que me serviu ir correr mundo»

De que me serviu ir correr mundo,
arrastar, de cidade em cidade, um amor
que pesava mais do que mil malas; mostrar
a mil homens o teu nome escrito em mil
alfabetos e uma estampa do teu rosto
que eu julgava feliz? De que me serviu

recusar esses mil homens, e os outros mil
que fizeram de tudo para eu parar, mil
vezes me penteando as pregas do vestido
cansado de viagens, ou dizendo o seu nome
tão bonito em mil línguas que eu nunca
entenderia? Porque era apenas atrás de ti

que eu corri o mundo, era com a tua voz
nos meus ouvidos que eu arrastava o fardo
do amor de cidade em cidade, o teu nome
nos meus lábios de cidade em cidade, o teu
rosto nos meus olhos durante toda a viagem,

mas tu partias sempre na véspera de eu chegar.

Maria do Rosário Pedreira

da “Nenbum Nome Depois”, Gótica, Lisboa, 2004

L’amore – Friedrich Hölderlin

Emma Barton, The Soul of the Rose, c. 1905

3.

     Se, sconoscenti, in voi l’oblio si accresce
d’ogni amicizia; se spregiate i vostri
santi Poeti, — vi perdoni Iddio!
Ma venerate l’anima, sol essa,
degli Amanti, divina!
Perché, ditemi voi, qual altra ancóra
sussiste umana dignità, nei giorni
in cui tutti a servir costringe, iniquo,
un affanno servile? E il Dio trascorre
da gran tempo, per ciò, sui nostri capi,
imperturbato.
 

     Ma come ognora senza canti, gelido,
nell’inverno, prefisso, è triste il mondo:
e, tuttavia, dai bianchi prati, verdi
germoglian steli; e un solitario uccello
leva gorgheggi, non appena il bosco
a poco a poco si distende; e il fiume,
ecco, si muove; e una piú mite brezza
torna a spirare allo scoccar beato
di primavera,
un annunzio cosí di quel migliore
Tempo felice, in cui fidiamo, cresce
perfetto in sé, nobile e santo, fuori
dai ceppi duri delle bronzee glebe.
Cresce l’Amore. E lo creava solo,
paternamente, Iddio.
 

     Benedetta sii tu, pianta divina!
Ch’io ti coltivi col mio canto, mentre
del nettare celeste i forti succhi
ti van nutrendo, e ti matura il raggio
creatore di Dio! Cresci, e divieni
foresta immensa: un piú fervido mondo,
tutto sbocciato di fiorenti gemme.
E tu, linguaggio degli Amanti, sii,
di questa terra, la favella! E l’anima
di quei Beati entro le genti irrompa,
per divenirne il canto!

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche per Diotíma lontana”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

***

Die Liebe

Wenn ihr Freunde vergeßt, wenn ihr die Euern all,
        O ihr Dankbaren, sie, euere Dichter schmäht,
            Gott vergeb’ es, doch ehret
                   Nur die Seele der Liebenden.

Denn o saget, wo lebt menschliches Leben sonst,
      Da die knechtische jezt alles, die Sorge zwingt?
          Darum wandelt der Gott auch
                  Sorglos über dem Haupt uns längst.

Doch, wie immer das Jahr kalt und gesanglos ist
      Zur beschiedenen Zeit, aber aus weißem Feld
           Grüne Halme doch sprossen,
                Oft ein einsamer Vogel singt,

Wenn sich mälig der Wald dehnet, der Strom sich regt,
      Schon die mildere Luft leise von Mittag weht
           Zur erlesenen Stunde,
                 So ein Zeichen der schönern Zeit,

Die wir glauben, erwächst einziggenügsam noch,
      Einzig edel und fromm über dem ehernen,
           Wilden Boden die Liebe,
                 Gottes Tochter, von ihm allein.

Sei geseegnet, o sei, himmlische Pflanze, mir
      Mit Gesange gepflegt, wenn des ätherischen
            Nektars Kräfte dich nähren,
                  Und der schöpfrische Stral dich reift.

Wachs und werde zum Wald! eine beseeltere,
       Vollentblühende Welt! Sprache der Liebenden
              Sei die Sprache des Landes,
                    Ihre Seele der Laut des Volks!

Friedrich Hölderlin

da “Sämmtliche Werke”, Stuttgart: J.G. Cotta’scher Verlag, 1846

La rugiadosa – Jiří Orten

Foto di Patty Maher

 

Il bosco sente, di notte, il tuo fruscio, mia cara,
stormisci nella sua chioma e scorri giú dai suoi rami
con l’umido della rugiada, la tua mano silenziosa
fruga i nidi assonnati, tiepidi come il tuo grembo.

Sei tutta brividi, quando tu intoni ai fiumi
i miei versi, hai paura e un pudore ti arrosa
le spalle esili e i seni accosto ai quali aspetto
che tu me li porga alle labbra, umide di parole.

Tu non sai, non sai forse, ciò che è stato pronunciato,
tu non sai quante volte ho sospirato il tuo nome,
non sai che ti possiedo come il bosco, come l’ombra,

che si allarga ed a te non presente mi avvicina.
Ah mi sveglierò, riapriranno gli occhi i miei sogni,
con nuova gloria risorgerò dalla rovina.

Jiří Orten

31. 5. 1941.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

***

Vlhká

Les slýchá za noci tvé šumění, má drahá,
šumíš mu v korunách a stékáš mu na větve
s předjitřní vláhou ros, tvá tichá ruka sahá
do rozespalých hnízd, teplých jak břicho tvé.

Jsi celá ze chvění, když předříkáváš řekám
mé verše, bojíš se a stud ti růžoví
křehoučká ramena a ňadra, u nichž čekám,
až mi je podáš k rtům, vlhnoucím pod slovy.

Ty nevíš, nevíš snad, co bylo vysloveno,
ty nevíš, kolikrát jsem naříkal tvé jméno,
ty nevíš, že tě mám tak jako les, jak stín,

který se prodloužil a blíží nepřítomnou,
ach, vím, že procitnu, mé sny si oči promnou
a slavně obnoven povstanu ze ssutin.

Jiří Orten

31. V. 1941.

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Spazi vuoti – Seamus Heaney

Foto di Mario Giacomelli

in memoriam M.K.H., 1911-1984
Lei mi insegnò quello che suo zio un tempo le insegnò:
Che il pezzo di carbone più grosso si rompe facilmente
Se trovi la venatura e martelli con l’angolo giusto.
Il suono di quel colpo rilassato e lusinghiero,
La sua cooptata e obliterata eco,
Mi hanno insegnato a colpire, insegnato a smettere,
Insegnato tra il martello e il pezzo di carbone
A far fronte alla musica. Mi insegni ora ad ascoltare,
A dare i colpi giusti dietro il nero lineare.
1

Un sasso lanciato cento anni or sono
Mi viene sempre in mente, la prima pietra
Lanciata in fronte a un’ava voltagabbana.
Il cavallo s’impenna ed è sommossa.
Lei è rannicchiata in fondo al calesse
E passa una corsia di oltraggi quella prima domenica
Galoppando in panico a messa giù per il pendio.
Lui frusta attraverso il paese tra grida di «Lundy!»

Chiamiamola «La Convertita». «La Sposa Esogama».
Comunque, è un pezzo d’epoca
Ereditato da parte di mia madre
Mio e ne dispongo ora che se n’è andata lei.
Al posto di argento o merletto vittoriano,
Quella pietra discolpata, che discolpa.

2

Là brillava linoleum lustro. Brillavano rubinetti d’ottone.
Le tazze di porcellana erano molto bianche e grandi –
Un servizio non sbreccato con bricco e zuccheriera.
Il bollitore fischiava. Tartine e paste da tè
C’erano e come si deve. Se no si scioglie,
Il burro si deve tenere via dal sole.
E non fare briciole. Non ballare con la sedia.
Non prendere. Non puntare il dito. Non far rumore quando giri.

È il numero 5, New Row, Terra dei Morti,
Dove il nonno ora si alza dal suo posto
Con gli occhiali indietro su una testa tutta pelata
Per accogliere una figlia sbigottita che torna a casa
Ancor prima che lei bussi. «Cosa c’è? Cosa c’è?»
E si siedono nella stanza tutta lustra insieme.

3

Quando tutti gli altri erano fuori a messa
Io ero tutto suo mentre pelavamo patate.
Rompevano il silenzio, lasciate cadere una a una
Come lacrime di stagno colanti dal saldatore:
Magre consolazioni poste fra noi, cose da condividere
Luccicanti in un secchio di acqua chiara.
E cadevano una dopo l’altra. Piccoli piacevoli tonfi
Del lavoro di entrambi ci facevano tornare in noi.

Così mentre il parroco al suo capezzale
Recitava vigorosamente le preghiere dei morenti
E qualcuno rispondeva e qualcuno piangeva
Io ricordavo la sua testa chinata verso la mia testa,
Il suo respiro nel mio, i nostri fluidi coltelli immersi –
Mai tanto vicini per tutto il resto della nostra vita.

4

La paura di ostentazione le faceva ostentare
Inadeguatezza ogni volta che le capitava
Di pronunciare parole «oltre la sua portata». Bertold Brek.
Riusciva a tirar fuori qualcosa di impacciato e storto
Ogni volta, come se potesse tradire
L’impacciato e l’inadeguato con un troppo
Ben appropriato vocabolario.
Con più sfida che orgoglio, mi diceva: «Tu
Le sai tutte quelle cose». Così governavo la mia lingua
Davanti a lei, un genuinamente ben
Appropriato adeguato tradimento
Di quel che ben sapevo. Dicevo naw e aye
Ed educatamente ricadevo in errori
Di grammatica che ci tenevano in stallo e alleati.

5

Il fresco che usciva dalle lenzuola appena giù dal filo
Mi faceva pensare che ci fosse ancora umido dentro
Ma quando prendevo i miei angoli del lenzuolo
E tiravo insieme a lei, prima dritto lungo l’orlo
E poi in diagonale, e poi si sbatteva e si scuoteva
Il tessuto come una vela contro vento,
Mandavano uno schiocco ondulante ben asciutto.
Così tirando e piegando si finiva mano contro mano
Per una frazione di secondo come se nulla fosse successo
Perché nulla era successo che non fosse sempre successo
Precedentemente, giorno per giorno, toccarsi e separarsi,
Ritornando ancora vicini tenendosi indietro
In mosse dove io ero la X e lei era la O
Iscritte in lenzuola che cuciva con sacchi da farina aperti.

6

Nel primo impeto delle festività pasquali
Le cerimonie durante la Settimana Santa
Erano il culmine della nostra fase Figli e amanti.
Il fuoco di mezzanotte. Il candelabro pasquale.
Gomito a gomito, contenti di essere in ginocchio
Accanto uno all’altra là davanti nelle prime file
Della chiesa piena, seguivamo il testo
E le letture per la benedizione del fonte.
Come anela una cerva alla fonte, così l’anima mia…
Abluzioni. Asciugature. L’alito sull’acqua.
L’acqua mescolata al crisma e all’olio.
Tintinno di ampolla. Cerimonia dell’incenso
E il grido del salmista ripreso con orgoglio:
Di giorno e di notte mi è stato pane il mio pianto.

7

Negli ultimi minuti lui le disse quasi
Più che in tutta la loro vita insieme.
«Tu sarai a New Row la notte di lunedì
E io verrò da te e tu sarai contenta
Quando entrerò dalla porta… Non è vero?»
La sua testa era china sulla testa sorretta.
Lei non poteva sentire ma noi esultavamo.
La chiamava brava e ragazza. Poi era morta,
La ricerca delle pulsazioni abbandonata
E noi tutti essendo là sapevamo una cosa.
Lo spazio attorno a cui stavamo si era svuotato
In noi da conservare, aveva penetrato
Vuoti che improvvisamente si erano aperti.
Abbattuti gli alti pianti venne un puro mutamento.

8

Pensavo di camminare girando e girando uno spazio
Assolutamente vuoto, assolutamente una sorgente
Dove il castagno adorno aveva perso il suo posto
Nella nostra siepe sul davanti sopra le violacciocche.
Schegge bianche saltavano e saltavano e schizzavano alte.
Sentivo il taglio accurato e differenziato
Dell’accetta, lo schianto, il sospiro
E il crollo di quello che era stato lussureggiante
Attraverso i percossi resti e frantumi di tutto quanto.
Piantato a fondo e da molto andato, mio coetaneo
Castagno da un vasetto di marmellata in un buco,
La sua massa e quiete diventate un lucente non luogo,
Un’anima ramificante e per sempre
Silenziosa, oltre ascoltato silenzio.

Seamus Heaney

1972

(Traduzione di Francesca Romana Paci)

da “La lanterna di biancospino”, Guanda, Parma, 1999

***

Clearances

in memoriam M.K.H., 1911-1984
She taught me what her uncle once taught her:
How easily the biggest coal block split
If you got the grain and hammer angled right.
The sound of that relaxed alluring blow,
Its co-opted and obliterated echo,
Taught me to hit, taught me to loosen,
Taught me between the hammer and the block
To face the music. Teach me now to listen,
To strike it rich behind the linear black.
1

A cobble thrown a hundred years ago
Keeps coming at me, the first stone
Aimed at a great-grandmother’s turncoat brow.
The pony jerks and the riot’s on.
She’s crouched low in the trap
Running the gauntlet that first Sunday
Down the brae to Mass at a panicked gallop.
He whips on through the town to cries of ‘Lundy!’

Call her ‘The Convert’. ‘The Exogamous Bride’.
Anyhow, it is a genre piece
Inherited on my mother’s side
And mine to dispose with now she’s gone.
Instead of silver and Victorian lace,
The exonerating, exonerated stone.

2

Polished linoleum shone there. Brass taps shone.
The china cups were very white and big –
An unchipped set with sugar bowl and jug.
The kettle whistled. Sandwich and teascone
Were present and correct. In case it run,
The butter must be kept out of the sun.
And don’t be dropping crumbs. Don’t tilt your chair.
Don’t reach. Don’t point. Don’t make noise when you stir.

It is Number 5, New Row, Land of the Dead,
Where grandfather is rising from his place
With spectacles pushed back on a clean bald head
To welcome a bewildered homing daughter
Before she even knocks. ‘What’s this? What’s this?’
And they sit down in the shining room together.

3

When all the others were away at Mass
I was all hers as we peeled potatoes.
They broke the silence, let fall one by one
Like solder weeping off the soldering iron:
Cold comforts set between us, things to share
Gleaming in a bucket of clean water.
And again let fall. Little pleasant splashes
From each other’s work would bring us to our senses.

So while the parish priest at her bedside
Went hammer and tongs at the prayers for the dying
And some were responding and some crying
I remembered her head bent towards my head,
Her breath in mine, our fluent dipping knives –
Never closer the whole rest of our lives.

4

Fear of affectation made her affect
Inadequacy whenever it came to
Pronouncing words «beyond her». Bertold Brek.
She’d manage something hampered and askew
Every time, as if she might betray
The hampered and inadequate by too
Well-adjusted a vocabulary.
With more challenge than pride, she’d tell me, ‘You
Know all them things.’ So I governed my tongue
In front of her, a genuinely well-
adjusted adequate betrayal
Of what I knew better. I’d naw and aye
And decently relapse into the wrong
Grammar which kept us allied and at bay.

5

The cool that came off sheets just off the line
Made me think the damp must still be in them
But when I took my corners of the linen
And pulled against her, first straight down the hem
And then diagonally, then flapped and shook
The fabric like a sail in a cross-wind,
They made a dried-out undulating thwack.
So we’d stretch and fold and end up hand to hand
For a split second as if nothing had happened
For nothing had that had not always happened
Beforehand, day by day, just touch and go,
Coming close again by holding back
In moves where I was X and she was O
Inscribed in sheets she’d sewn from ripped-out flour sacks.

6

In the first flush of the Easter holidays
The ceremonies during Holy Week
Were highpoints of our Sons and Lovers phase.
The midnight fire. The paschal candlestick.
Elbow to elbow, glad to be kneeling next
To each other up there near the front
Of the packed church, we would follow the text
And rubrics for the blessing of the font.
As the hind longs for the streams, so my soul…
Dippings. Towellings. The water breathed on.
The water mixed with chrism and with oil.
Cruet tinkle. Formal incensation
And the psalmist’s outcry taken up with pride:
Day and night my tears have been my bread.

7

In the last minutes he said more to her
Almost than in all their life together.
‘You’ll be in New Row on Monday night
And I’ll come up for you and you’ll be glad
When I walk in the door… Isn’t that right?’
His head was bent down to her propped-up head.
She could not hear but we were overjoyed.
He called her good and girl. Then she was dead,
The searching for a pulsebeat was abandoned
And we all knew one thing by being there.
The space we stood around had been emptied
Into us to keep, it penetrated
Clearances that suddenly stood open.
High cries were felled and a pure change happened.

8

I thought of walking round and round a space
Utterly empty, utterly a source
Where the decked chestnut tree had lost its place
In our front hedge above the wallflowers.
The white chips jumped and jumped and skited high.
I heard the hatchet’s differentiated
Accurate cut, the crack, the sigh
And collapse of what luxuriated
Through the shocked tips and wreckage of it all.
Deep planted and long gone, my coeval
Chestnut from a jam jar in a hole,
Its heft and hush become a bright nowhere,
A soul ramifying and forever
Silent, beyond silence listened for.

Seamus Heaney

da “The Haw Lantern”, Faber and Faber Limited, London, 1987