«Che luce negli occhi nel farsi carne l’amore!» – Franco Loi

Mario Giacomelli, Un uomo, una donna, un amore, 1960 – 61

 

Che luce negli occhi nel farsi carne l’amore!
E viene a noi dell’aria il capovolgersi del tempo,
la quiete della campagna e quel sapore
di foglie di lauro e d’uccelli sul fieno
che si fan d’aria nell’abbandonarsi al vento…
E come lucida ai fossi e la bardana!
il cielo che cala tra i refoli del frumento!
Mistero guardarsi e nel pensarsi lontani…
E non lontani da noi, ma noi nel vento,
tra i mais e l’uva, i salici, le cavagne,
i monti dietro i cipressi che chiamano la sera
e l’ovatta delle nuvole sui castagni
al tuo ritrovarti ragazza nella spera
di polvere del sole e tacere nel farsi vetro
le erbe e i lampioni, nel bere la vera
pazienza del cercarsi e mai toccarsi.

Franco Loi

da “Amur del temp”, Crocetti Editore, 1999

***

Che lüs di öcc nel fâss carna l’amur!
E vègn a nüm de aria el reultâss del temp,
la quièt de la campagna e quèl savur
de föj de làvur e d’üsej sül fen
che se fànn d’aria nel sbandunâss al vent…
E cume lüstra aj foss l’è la bardana!
el ciel che scend tra i rèful del furment!
Mister vardass e nel pensass luntan…
E no luntan de nüm, ma nüm nel vent,
fra i maíss e l’üga, i sàres, i cavagn,
i munt dré i arciprèss che ciamen sera
e i bumbâs di nüver süj castagn
al tò truâss de tusa ne la spera
pulver del sû e tâs ne l’invedriâss
di èrb e di lampiun, nel bév la vera
passiensa del cercâss e mai tuccâss.

Sei perduto – Milo De Angelis

Francois Kollar, Couple, c. 1930

 

Chi parla nella sera? Chi preme
ancora questo citofono? Cenere dei camion,
su quali labbra vuoi posarti? Misteriosa
ogni crescita. Benvenute, ombre. Eri
la trincea di ogni frase, un tuffo
nel petto immobile. Tu senza colore
scendevi nello specchio
delle sillabe solitarie. Cadevi
da un’antica giostra. Stella pesante,
acqua senza sonno, livido rimasto. Bacio
tradotto da una spina.

*

Strada dei tormenti, l’amore insiste.
Restammo vicino al passaggio a livello.
Tu perdevi i tuoi cieli. Come rispondere
all’immenso? Eravamo una frazione della voce,
sillabe disperse. Blocchi di partenza. Scacco
del respiro. L’estate affondò nell’asfalto.
Solo ora, come un grido, mi raggiunge.

Distruzione, tu mi hai generato.

*

Fermalo. Il portone sta fuggendo. Devi
guardare. È la solitudine dell’uomo,
il suo unico quartiere. Devi guardare.
Il citofono è acceso. Il gesto si aggrava.
Lassù brucia ancora quella giovane donna,
ti nomina nel sonno. Il pianto
vi ha chiamati. Tutti e due.
Così soli, adesso, nell’imminenza.

*

Non andare. Ora che la notte
ruota sui cardini
tra un tip tap impazzito di anime.
Questo citofono brilla
come una stella fissa. La sua voce
ti ha spogliato. Il sangue tuona
tra i pensieri. Non
andare. Non farti portare via
dalla partita, da un’idea dell’amore
che muta con un numero.

*

La luce parlava. Sulla tua fronte
il prodigio. La nudità
di tutto il sangue. Un vestito,
i gialli, gli azzurri,
un colletto. Il citofono chiede ancora
la tua voce. Se non parli,
tutto si oscura. Solitudine saliente.
Solitudine innata. Congiungersi
dei petti nel nulla. Stretta alla terra,
ruota la parola.

*

Ora ti conosci,
prigione del dolore, cenere
delle tue mani. Non riesci
a perdere il filo. Vedi
la notte arrivare. Vedi questa
notte dei citofoni muti.
……………………………………….
……………………………………….
……………………………………….
Vedi questa notte
posseduta
dalle donne. La luce
si allontana dai corpi
senza limite. Annuncio
deportato. Specchio attonito,
esule nella tua stanza.
Afferri un foulard
come una grazia inutile,
entri nelle stringhe
del pensiero. Crei una data,
sei perduto.

*

Cosa hai chiesto? Qualcosa
si affacciava sulla riva del mondo.
Qualcosa al tempo stesso rovinava. Volevi
l’ultima parola. La volevi
così stretta alla vicenda
da essere il tuo sangue. Cosa hai chiesto?
Volevi l’altissimo dono,
la perfezione di essere solo.

*

Sotto i nostri cappotti
le grida smarriscono il ritmo. E tu,
bianca esperienza della pioggia,
sei entrata nel tuo demone. Discordia
nel respiro. L’officina del gas, di fronte a noi,
scompare. Un impasto
di frasi sull’asfalto. Siamo soli,
in un silenzio precedente.
Così ti sfioro le labbra,
mio distico trafitto.

*

Tu dov’eri? Ti aspettavo
in uno stupore giovanile.
Il canto inseguiva la tua gola,
il tuo assoluto andirivieni.
Un sasso precipita
su tutti gli dei del sorriso, su tutti i versi
che uno chiama nulla
se scompari.
Dov’eri? Io ero lì, ero
nel cortile che fu tutto. Ero lì, inchiodato
a un esistere sparito.

Vanno
le fughe dei ragazzi verso un luogo
bianco e feroce.

Milo De Angelis

da “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, “Lo Specchio” Mondadori, 2010

Quasi fuori del cielo – Pablo Neruda

Mimmo Jodice, Napoli, Castel Sant_Elmo, 1990

 

11.

Quasi fuori del cielo si àncora tra due montagne
la metà della luna.
Girevole, errante notte, la scavatrice d’occhi.
Vediamo quante stelle sbriciolate nella pozzanghera.

Fa una nera croce tra le mie ciglia, fugge.
Fucina di metalli azzurri, notti delle lotte silenziose,
il mio cuore gira come un volante impazzito.

Fanciulla venuta da così lontano, portata da così lontano,
a volte il suo sguardo sfavilla sotto il cielo.
Lamento, tempesta, turbine di furia,
passa sopra il mio cuore, senza fermarti.
Vento dei sepolcri trasporta, distruggi, disperdi la tua radice sonnolenta.

Sradica i grandi alberi dall’altro lato di lei.
Ma tu, chiara bimba, domanda di fumo, spiga.
Era quella che il vento andava formando con foglie illuminate.
Dietro le montagne notturne, bianco giglio d’incendio,
ah nulla posso dire! Era fatta di tutte le cose.

Ansietà che apristi il mio cuore a coltellate,
è ora di seguire altra strada, dove lei non sorrida.

Tempesta che sotterrò le campane, torbido svolazzare di tormente,
perché toccarla ora, perché rattristarla.

Ahi seguire la strada che si allontana da tutto,
dove non stiano in agguato l’angoscia, la morte, l’inverno,
con i loro occhi aperti tra la rugiada.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

11. Casi fuera del cielo

Casi fuera del cielo ancla entre dos montañas
la mitad de la luna.
Girante, errante noche, la cavadora de ojos.
A ver cuántas estrellas trizadas en la charca.

Hace una cruz de luto entre mis cejas, huye.
Fragua de metales azules, noches de las calladas luchas,
mi corazón da vueltas como un volante loco.

Niña venida de tan lejos, traída de tan lejos,
a veces fulgurece su mirada debajo del cielo.
Quejumbre, tempestad, remolino de furia,
cruza encima de mi corazón, sin detenerte.
Viento de los sepulcros acarrea, destroza, dispersa tu raíz soñolienta.

Desarraiga los grandes árboles al otro lado de ella.
Pero tú, clara niña, pregunta de humo, espiga.
Era la que iba formando el viento con hojas iluminadas.
Detrás de las montañas nocturnas, blanco lirio de incendio,
ah nada puedo decir! Era hecha de todas las cosas.

Ansiedad que partiste mi pecho a cuchillazos,
es hora de seguir otro camino, donde ella no sonría.

Tempestad que enterró las campanas, turbio revuelo de tormentas
para qué tocarla ahora, para qué entristecerla.

Ay seguir el camino que se aleja de todo,
donde no esté atajando la angustia, la muerte, el invierno,
con sus ojos abiertos entre el rocío.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, National Editorial, 1924

Ultimo amore – Fëdor Ivanovič Tjutčev

Foto di Katia Chausheva

 

Oh come sul declinar degli anni
Più teneramente e superstiziosamente amiamo!
Splendi, splendi, luce d’addio,
Dell’ultimo amore, del crepuscolo!

Ormai metà del cielo è coperta d’ombra,
Ancora all’occidente erra solo un raggio,
Indugia, indugia, giorno che declini,
Prolungati, prolungati, incantesimo!

Che importa se più fioco è il sangue,
Nel cuore la tenerezza non si spegne…
Oh tu, mio ultimo amore,
Sei la felicità e la disperazione.

Fëdor Ivanovič Tjutčev

(Traduzione di Eridano Bazzarelli)

da “Fëdor I. Tjutčev, Poesie”, Rizzoli, 1993

Scritta non prima della seconda metà del 1852, e non dopo l’inizio del 1854. Questa famosa poesia è ispirata all’amore per Elena. È apparsa nel 1954 in «Sovremennik».

∗∗∗

Последняя любовь

О, как на склоне наших лет
Нежней мы любим и суеверней…
Сияй, сияй, прощальный свет
Любви последней, зари вечерней!

Полнеба обхватила тень,
Лишь там, на западе, бродит сиянье, –
Помедли, помедли, вечерний день,
Продлись, продлись, очарованье.

Пускай скудеет в жилах кровь,
Но в сердце не скудеет нежность…
О ты, последняя любовь!
Ты и блаженство, и безнадежность.

Тютчев Федор Иванович

Между серединой 1851 и началом 1854

A media luz – Gesualdo Bufalino

Dipinto di Jack Vettriano

 

Non è che festa di ventagli e tanghi
sulla rotonda dove langue il cielo.

Nacchere pigre, perfido metronomo
che assilla un poco il sangue e un po’ l’assonna.

Come ci brucia in quest’ora le labbra
l’amaro miele della giovinezza;

e come affonda in un livore d’acque
la minuscola stella che ci piacque…

Ma tu grandiosa ti levi e sorridi
alle nere magnolie della notte.

Volubili fiumane ti gremiscono
le tempie e impugni una spada di luce.

Un grido solo proclama il tuo nome.
Amarti è come un’incoronazione.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006