«Se potessi cantare il tuo nome sarebbe» – Roberto Carifi

Jean Béraud, L’attente, Rue de Chateaubriand, 1885, Musée d’Orsay, Paris

 

Se potessi cantare il tuo nome sarebbe
– le sette lettere del tuo nome –
un’erba cresciuta in pieno inverno,
un tiepido scirocco scioglierebbe il gelo.
Se potessi parlare come quel passerotto
che si posa, muto, sul mio terrazzo!
Ma oggi perfino la pioggia è una lingua straniera
e dovrò mendicare un sorriso.

Roberto Carifi

da “Nel ferro dei balocchi”, Poesie 1983-2000, Crocetti Editore, 2008

Fuga di pensieri – Hans Magnus Enzensberger

Edward Hopper, People in the Sun, 1960

 

Al momento tutto gira ancora,
tutto va bene,
fa il suo corso

Le nostre vittorie
ci sgusciano via
persino le nostre sconfitte
si sono rivelate fugaci

Precursori siamo noi
arrancanti dietro la posterità
o sopravvissuti, o rimasti,
in anticipo sul loro tempo

Anche la fine del mondo
è forse
soltanto un provvisorio

Al momento moriamo
in buona coscienza
nelle nostre sdraio

E poi vedremo

Hans Magnus Enzensberger

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Musica del futuro”, Einaudi, Torino, 1997

∗∗∗

Gedankenflucht

Vorläufig läuft es noch,
geht gut,
geht seinen Gang

Unsere Siege
huschen an uns vorbei
Sogar unsre Niederlagen
haben sich als flüchtig erwiesen

Vorläufer sind wir,
die hinter der Nachwelt herhinken
oder Hinterbliebene,
die ihrer Zeit vorauseilen

Auch das Ende der Welt
ist vielleicht
nur ein Provisorium

Vorläufig sterben wir
seelenruhig
in unseren Liegestühlen

Dann sehen wir weiter

Hans Magnus Enzensberger

da “Zukunftsmusik”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1991

La stanza – Alfonso Gatto

Emile Otto Hoppé, Dancer Beatrice Appleyard, 1934

 

Questa mia stanza candida di fede,
ad abitarla con eguale fede
più giovane di me, lei sola crede
alla mia nuova storia, tu non vuoi
credere, dici è tutto provvisorio.

Se mi lasci la morte o la speranza
di mutare vagando non sai dire,
né a credere sopporti che tu sia
la presenza invocata.

La mia stanza ha il vuoto che le lasci.
Non le manca la sedia, ma il tuo posto.
Non manca il giradischi, la tua voce
manca e il silenzio dell’averti intorno.

Mancano gli occhi tuoi più dello specchio.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Seconda parte, 1960-1972, Mondadori, Milano, 1973

Tra l’andarsene e il restare – Octavio Paz

Mayumi Terada, Sedia a dondolo e finestra, 2005

 

Tra l’andarsene e il restare dubita il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

La sera circolare è già baia:
nel suo quieto viavai oscilla il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è intoccabile.

I fogli, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all’ombra dei loro nomi.

Palpitare del tempo che nelle mie tempie ripete
la stessa ostinata sillaba di sangue.

La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.

Nel centro di un occhio mi scopro;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l’istante. Senza muovermi,
io resto e me ne vado: sono una pausa.

Octavio Paz

(Traduzione di Ernesto Franco)

da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992

***

Entre irse y quedarse

Entre irse y quedarse duda el día
enamorado de su transparencia.

La tarde circular es ya bahía:
en su quieto vaivén se mece el mundo.

Todo es visible y todo es elusivo,
todo está cerca y todo es intocable.

Los papeles, el libro, el vaso, el lápiz
reposan a la sombra de sus nombres.

Latir del tiempo que en mi sien repite
la misma terca sílaba de sangre.

La luz hace del muro indiferente
un espectral teatro de reflejos.

En el centro de un ojo me descubro;
no me mira, me miro en su mirada.

Se disipa el instante. Sin moverme,
yo me quedo y me voy: soy una pausa.

Octavio Paz

da “Árbol adentro” (1976-1987), Barcelona: Seix Barral, 1987

«Forse di questo amore ancor non detto» – Maria Luisa Spaziani

Émil Otto Hoppé, Lilian Gish, United States, 1921

 

Forse di questo amore ancor non detto
il meglio passò qui, dove rombando
come un treno nel tunnel dell’estate
un rauco vento transitava a notte
sulla cima dei pini. Ed era l’ora
del mio saluto, ché ci avviene a volte
d’inchinarci alle cose ancor non nate
con la sete indicibile che ispirano
le passioni defunte. Ardentemente
ho ritagliato in cielo, negli azzurri
turbinosi del sud la zona sacra
che l’occhio degli aruspici sceglieva
a limite d’un tempio. E sia che duri
tra noi questo silenzio immacolato,
o rapinosi dialoghi ci avvolgano
e liane c’imprigionino, votati
a ogni ambiguo trionfo, quest’immensa
invisibile cupola di sogni
sarà scolpita in questo cielo, vetro
di silice divina che attraversa
il falco inconsapevole e non piega
la bianca fronte per variar di destini.

Maria Luisa Spaziani

da “L’occhio del ciclone”, “Lo Specchio” Mondadori, 1970