La casa dei doganieri – Eugenio Montale

Claude Monet, La casa dei doganieri a Varengeville

 

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Eugenio Montale

da “Le occasioni” (1928-1939), “Lo Specchio” Mondadori, 1949

Sabbie mobili – Jacques Prévert

Edward Weston, Nude on Sand, 1936

 

Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano già si è ritirato il mare
E tu
Come alga dolcemente accarezzata dal vento
Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Lontano già si è ritirato il mare
Ma nei tuoi occhi socchiusi
Due piccole onde son rimaste
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Due piccole onde per annegarmi.

Jacques Prévert

(Traduzione di M. Cucchi e G. Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

∗∗∗

Sable mouvants

Démons et merveilles
Vents et marées
Au loin déjà la mer s’est retirée
Et toi
Comme une algue doucement caressée par le vent
Dans les sables du lit tu remues en rêvant
Démons et merveilles
Vents et marées
Au loin déjà la mer s’est retirée
Mais dans tes yeux entrouverts
Deux petites vagues sont restées
Démons et merveilles
Vents et marées
Deux petites vagues pour me noyer.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques», 1946

Domandate che sanno fare ancora le donne? – Jaroslav Seifert

Foto di Jeanloup Sieff

 

Domandate che sanno fare ancora le donne?
Ma tutto!

Se qualcuno distende sopra un abisso
tre fili di paglia,
vi passano sopra con piede leggero.
Come, non so spiegare,
ma ricordate
che i loro piedi hanno inventato la danza.

Nei momenti liberi
lavorano a croce per il bosco nero
le foglie di felce.
Se però càpitano nel bosco di notte,
spengono con coraggio le fiammelle fatue,
affinché neppure negli acquitrini il viandante
abbia timore.
Hanno anche consigliato ai timidi fiori
di riempirsi i calici
del familiare profumo.
Loro stesse sanno però come di spada
             far uso di profumi
pericolosi ancor piú
che gli scorpioni velenosi dei tropici.

Quel che è davvero straordinario:
hanno inventato i seni,
ed essi sono belli
come i castelli sulla Loira.
Forse piú belli ancora.

E che sanno fare gli uomini?
Non è molto.
Si sono inventati la guerra,
la miseria, la disperazione e il gèmito dei feriti.
Sanno forgiare folli cannoni,
ridurre città in macerie,
e intanto mettono bene in mostra
il povero coraggio virile.

Hanno inventato le pompe di benzina
e l’emancipazione delle donne.

E in cambio di baci fra le loro braccia
hanno progettato per loro sedili speciali
perché possano stare ancora
alle macchine
nell’ultimo mese di gestazione.

Cosí è.
Ed è tutto, arrivederci, adieu.
Volevate una cantilena da me
e ora c’è!

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La colata delle campane” (1967), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

Ptáte se, co dovedou ještě ženy?

Ptáte se, co dovedou ještě ženy?
Patrně všechno.

Jestliže někdo položí přes propast
tři stébla slámy,
přejdou po nich lehkou nohou.
Jak, to neumím vysvětlit,
ale připomeňte si,
že jejich nohy vynalezly tanec.

Ve volných chvílích
uháčkují pro černý les
listí kapradin.
Octnou-li se však v lese za noci,
odvážně zhasnou plamínky bludiček,
aby pocestný ani v mokřinách
neměl strach.
Poradily i stydlivým květinám,
aby své kalichy naplnily
duvěrnou vůní.
Samy však dovedou jako s mečem
              zacházet s vůněmi,
které jsou ještě nebezpečnější
než jedovatí škorpióni tropů.

Co je však nejpodivuhodnější:
vymyslily ženská ňadra
a ta jsou krásná
jako zámky na Loiře.
Možná, že ještě krásnější.

A co dovedou muži?
Není toho mnoho.
Vymyslili si válku,
bídu, zoufalství a nářek raněných.
Umějí vykovat šílená děla,
obrátit města v sutiny
a přitom vystavovat na odiv
ubohou mužskou statečnost.

Vymyslili benzínové pumpy
a emancipaci žen.

A za polibky v jejich náručí
zkonstruovali jim zvláštní sedačku,
aby žena u stroje
mohla ještě pracovat
v posledním měsíci těhotenství.

Tak je to.
A to je vše, sbohem, adié.
Chtěli jste na mně kantilénu,
tady je!

Jaroslav Seifert

da “Odlʹevʹanʹi zvonů”, Ceskoslovensky spisovatel, 1967

L’ospedale – Patrick Kavanagh

 

 

Un anno fa mi innamorai del reparto
Di un ospedale: stanzette quadrate e allineate,
Semplice calcestruzzo, lavelli – un obbrobrio per un esteta,
Senza considerare il russare del vicino di letto.
Ma nulla di nulla è estraneo all’amore,
L’ordinario e il banale può conoscere il suo calore.
Il corridoio conduceva a una scala e sotto
C’era l’inesauribile avventura di un cortile di ghiaia.

Questo è ciò che l’amore fa alle cose: il ponte di Rialto,
Il cancello principale che fu incurvato da un pesante camion,
La sedia in fondo a un capannone che era un’esca per il sole.
Dar nome a queste cose è l’atto d’amore e la prova che esiste;
Perché dobbiamo registrare il mistero d’amore senza sproloqui,
Carpire al tempo l’intensità di ciò che passa.

Patrick Kavanagh

(Traduzione di Saverio Simonelli)

da “Andremo a rubare in cielo”, Ancora, 2009

∗∗∗

The Hospital

A year ago I fell in love with the functional ward
Of a chest hospital: square cubicles in a row
Plain concrete, wash basins – an art lover’s woe,
Not counting how the fellow in the next bed snored.
But nothing whatever is by love debarred,
The common and banal her heat can know.
The corridor led to a stairway and below
Was the inexhaustible adventure of a gravelled yard.

This is what love does to things: the Rialto Bridge,
The main gate that was bent by a heavy lorry,
The seat at the back of a shed that was a suntrap.
Naming these things is the love-act and its pledge;
For we must record love’s mystery without claptrap,
Snatch out of time the passionate transitory.

Patrick Kavanagh

da “Collected Poems”, W. W. Norton & Company, 1964