Marina – Paul Éluard

Foto di René Groebli

 

Ti guardo e il sole si innalza
Presto ricoprirà la nostra giornata
Svegliati con in mente cuore e colori
Per dissipare le pene della notte

Io ti guardo tutto è nudo
Fuori le barche hanno poca acqua
Bisogna dire tutto in poche parole
Il mare è freddo senza amore

È l’inizio del mondo
Le onde culleranno il cielo
Tu ti culli tra le lenzuola
Tiri il sonno a te

Svegliati che io segua le tue tracce
Ho un corpo per aspettarti e per seguirti
Dalle porte dell’alba alle porte dell’ombra
Un corpo per passare la mia vita ad amarti

Un cuore per sognare fuori del tuo sonno.

Paul Éluard

(Traduzione di Vincenzo Accame)

da “La fenice”, 1951, in “Paul Éluard, Ultime poesie d’amore”, Passigli Poesia, 1996

***

Marine

Je te regarde et le soleil grandit
Il va bientôt couvrir notre journée
Éveille-toi cœur et couleur en tête
Pour dissiper les malheurs de la nuit

Je te regarde tout est nu
Dehors les barques ont peu d’eau
Il faut tout dire en peu de mots
La mer est froide sans amour

C’est le commencement du monde
Les vagues vont bercer le ciel
Toi tu te berces dans tes draps
Tu tires le sommeil à toi

Éveille-toi que je suive tes traces
J’ai un corps pour t’attendre pour te suivre
Des portes de l’aube aux portes de l’ombre
Un corps pour passer ma vie à t’aimer

Un cœur pour rêver hors de ton sommeil.

Paul Éluard

da “Le Phénix”, 1951, in “Derniers poèmes d’amour”, Seghers, Paris, 1963

«Lasciai cadere il tempo sul tuo nome» – Maria do Rosário Pedreira

Felice Casorati, Abbandono, 1929, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino

 

Lasciai cadere il tempo sul tuo nome,
come si adagia il marmo sulla terra e
l’acqua si sparge sulle braci. Mi vestii

di lutto come le donne che disfano
le culle vuote da tanto le guardano; e vidi
il sangue scendere finalmente sulla ferita,
come la cera che si rapprende sul palmo della mano
prima di perdersi nelle dita in polvere. Se

ti dimenticai, fu perché volli qualcuno che mi
chiamasse, un corpo che fosse un altro sul mio
corpo, una voce offerta per la mattina. Ma
niente, ma nessuno. Se il tempo non si

fosse abbattuto sul tuo nome, avrei potuto
almeno ora ricordarti – poiché non c’è
lapide senza corpo né cenere che non abbia
arso. E la casa è oggi più fredda che

mai: lasciai passare il tempo sul tuo
nome, e non c’è focolare, non c’è nido, non ci sono
figli che si possano perdere da me, né
candele per riempire di memoria questo silenzio.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editore

***

«Deixei cair o tempo sobre o teu nome»

Deixei cair o tempo sobre o teu nome,
como se deita o mármore sobre a terra e
a água se derrama sobre as brasas. Vesti-me

de luto como as mulheres que derrubam
os berços vazios de tanto os olharem; e vi
o sangue calar-se finalmente sobre a ferida,
como a cera que endurece na palma da mão

antes de perder-se nos dedos em poeira. Se
te esqueci, foi porque quis alguém que me
chamasse, um corpo que fosse outro no meu
corpo,uma voz oferecida pela manhã. Mas
nada, mas ninguém. Se o tempo não se

tivesse abatido sobre o teu nome, podia ao
menos agora recordar-te – pois não há
laje sem corpo nem cinza que não tenha
ardido. E a casa está hoje mais fria do que

nunca: deixei passar o tempo sobre o teu
nome e não há lareira, não há lar, não há
filhos que se pudessem perder de mim, nem
velas para encher de memória este silêncio.

Maria do Rosário Pedreira

da “Nenbum Nome Depois”, Gótica, Lisboa, 2004

Il mio corpo mi porta via – Raffaele Carrieri

Foto di Hengki Koentjoro

 

Il mio corpo mi porta via
E devo sempre ricominciare
Fuoco donna focolare
E la speranza per durare
Dove sono più fugace
Della stella che cade.
Il mio corpo mi porta via.
Mi taglia, mi ritaglia
Mi separa dall’arpa
Mi separa dall’amata.
Mi separa mi sparpaglia
Per deserti e cordigliere
Come sabbia nella sabbia.
Cieco vado col cieco vento,
Il mio corpo mi porta via.

Raffaele Carrieri

da “Canzoniere amoroso”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

Corpo di donna – Pablo Neruda

Emmanuel Sougez, Nude study, Assia, 1935

 

1.

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
tu rassomigli al mondo nel tuo gesto d’abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa saltare il figlio dal fondo della terra.

Sono stato solo come una galleria. Da me fuggivano gli uccelli
e in me entrava la notte con la sua invasione possente.
Per sopravvivermi ti ho forgiato come un’arma,
come freccia al mio arco, come una pietra nella mia fionda.

Ma cade l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del petto! Ah gli occhi dell’assenza!
Ah la rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo della mia donna, persisterò nella tua grazia.
La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!
Rivoli oscuri dove la sete eterna continua,
e la fatica continua, e il dolore infinito.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

1. Cuerpo de mujer

Cuerpo de mujer, blancas colinas,
muslos blancos, te pareces al mundo en tu actitud de entrega.
Mi cuerpo de labriego salvaje te socava
y hace saltar el hijo del fondo de la tierra.

Fui solo como un túnel. De mí huían los pájarosy
en mí la noche entraba su invasión poderosa.
Para sobrevivirme te forjé como una arma,
como una flecha en mi arco, como una piedra en mi honda.

Pero cae la hora de la venganza, y te amo.
Cuerpo de piel, de musgo, de leche ávida y firme.
Ah los vasos del pecho! Ah los ojos de ausencia!
Ah las rosas del pubis! Ah tu voz lenta y triste!

Cuerpo de mujer mía, persistiré en tu gracia.
Mi sed, mi ansía sin límite, mi camino indeciso!
Oscuros cauces donde la sed eterna sigue,
y la fatiga sigue, y el dolor infinito.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, National Editorial, 1924

La seconda Elegia – Rainer Maria Rilke

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

   

   E gli Angeli appartengono al Tremendo.
Lo so. Ma non desiste
dall’invocarvi trepido il mio canto,
o dell’anima, voi, quasi mortali
alígeri tremendi… Ove scomparvero
i tempi di Tobía, quando sostava
un Angelo raggiante,
fra i piú raggianti delle vostre schiere,
presso l’umile soglia;
e, travestito là da pellegrino,
piú non parea terribile agli sguardi
curiosi del giovine, che solo
vi ravvisava un giovine compagno.
Se il periglioso Arcangelo,
dalle stelle rompendo, ora movesse
solo di un poco a scendere fra noi,
in sussulto di battiti convulsi
ci abbatterebbe al suolo il nostro cuore.
Angeli, e voi chi siete?

   Primi Beati. Prediletti, eterni,
dell’universo. Teorie sublimi
di gioghi alpestri. Creste porporine
d’ogni cosa creata, ad ogni aurora.
Pollini del Divino rifiorente.
Giunture della Luce. Itinerarii.
Troni. Scalèe.
Spazia essenziali. Scudi di delizia.
Tumulti di tripudio tempestoso….
E poi, repente, — ad uno ad uno — specchi
che la loro bellezza defluita
riattingono su, nel proprio vólto.

   Ahi ! Nel sentire, noi ci disperdiamo
esalandoci via. Da bragia a bragia,
con un sempre piú debole profumo.
E se una voce, innamoratamente,
rimormora: « Mi sei, tutto, nel sangue.
Si ricolma di te tutta la stanza,
tutta la primavera… », a che ti giova?
Oh non riesce a trattenerti in sé,
l’innamorato cuore:
e tu sparisci dentro e intorno a lui.
… E la bellezza, come trattenerla?
Ripullula, dall’íntimo, sui vólti
in riflesso di luce inesauribile,
che inesauribilmente si rispenge.

Quasi rugiada in erba mattutina,
svapora su da noi la nostra essenza:
come il tepore, su dal caldo pane.
Ci abbandona un sorriso… E dove fugge?
E dove fuggi tu, sguardo, improvvisa 
onda, balzante su dal nostro cuore?
Ed eravamo, tutti, in quel sorriso:
in quello sguardo, tutti…
Ma forse, almeno, l’infinito spazio
in cui ci disperdiamo,
ha sapore di noi?
E gli Angeli risuggono soltanto
l’essenza che fluí nei nostri cuori
dall’abbondanza loro;
o, per abbaglio, mista a quell’essenza,
anche qualcosa della nostra essenza?
E non si mesce un poco ai loro vólti,
come sul vólto alle future madri,
quel senso d’ineffabile prodigio?
Né la ravvisa alcuno (e non potrebbe!)
coinvolta nei turbini del gorgo,
che gli ritorna dentro.

     Gli Amanti solamente, ove sapessero,
potrebbero, nell’ètere notturno,
un linguaggio parlar maraviglioso.
Ché tutto sembra, allora,
dissimularci, attorno.
Guarda! Gli alberi, sono. E ancóra stanno
le case ove abitiamo.
Ma noi su tutto si trasvola via,
come uno scambio di correnti aeree.
Ogni cosa congiura a rinnegarci.
Per vergogna di noi. Quando non sia
per una inesprimibile speranza.

    Amanti, o voi beatamente fusi
l’uno nell’altro, — io vi domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Vi avviticchiate. Ma nel vostro abbraccio,
siete certi di essere?
Vedete? Accade a me che, strette a volte
l’una con l’altra
prendan di sé coscienza le mie mani;
o che, corroso dalla vita, adesso
trovi in quelle rifugio il vólto mio.
E chi, solo per ciò, si attenterebbe
di vantarsi vivente?
Ma voi, che nella voluttà dell’altro
dismisuratamente vi accrescete,
fino al grido che supplica: Non piú;
voi, che sotto le cupide carezze
vi fate ricchi come per vendemmia
vigneti opimi;
e poi, mancate alfine, solamente
perché dolce è soccombere a quell’altro,
che vi soverchia;
a voi, domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Lo so. Vi bea la trepida carezza,
che la potenza ha in sé di trattenere.
Non dileguano via le dolci carni,
su cui teneramente si depone.
E, dentro, vi trascorre — e lo avvertite —
la durata purissima del tempo.
E l’abbraccio, cosí, promessa sembra
a voi di eternità…
… Ma poi che abbiate vinto
il trepidar dei primi sguardi,
il primo anelito di attesa al davanzale,
e la dolcezza di quel vostro andare,
la prima volta, stretti in un giardino;
amanti, siete voi gli Amanti ancóra?
Quando l’un l’altro
vi portate alle labbra e vi bevete
— coppa che ad altra coppa si disseta —
nell’atto di quel bere avidamente,
le vostre essenze, entrambe, si dissolvono.

    Non vi stupiva, sulle stele attiche,
la cautela ai gesti umani infusa?
Non posavan leggieri, sovra gli òmeri,
e l’Amore e il Distacco lievemente,
quasi li componesse un soffio etèreo,
e non l’odierno peso?
Rammentate le mani, imponderabili
nel gesto del posarsi,
mentre un vigore enorme i corpi impenna?
Dominatori di se stessi, i Greci
intendevano dire: « Il nostro regno,
giunge fin qui. E solamente questo,
è il modo di toccar che ci compete.
La mano degli Dei preme piú forte.
Ma è forza che pertiene ai Numi soli ».
Potessimo anche noi, cosí, trovare
una sostanza umana,
tutta pura, arrendevole, sottile;
un nostro lembo di terra feconda
di tra la roccia e il fiume!
Ché sempre, come quelli, ci trascende
il nostro cuore. E noi piú non possiamo
seguirlo con lo sguardo entro figure
ove si plachi, né in divini corpi
in cui piú grande, moderato, cresca.

 Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die zweite Elegie

Jeder Engel ist schrecklich. Und dennoch, weh mir,
ansing ich euch, fast tödliche Vögel der Seele,
wissend um euch. Wohin sind die Tage Tobiae,
da der Strahlendsten einer stand an der einfachen Haustür,
zur Reise ein wenig verkleidet und schon nicht mehr furchtbar;
(Jüngling dem Jüngling, wie er neugierig hinaussah).
Träte der Erzengel jetzt, der gefährliche, hinter den Sternen
eines Schrittes nur nieder und herwärts: hochauf-
schlagend erschlüg uns das eigene Herz. Wer seid ihr?

Frühe Geglückte, ihr Verwöhnten der Schöpfung,
Höhenzüge, morgenrötliche Grate
aller Erschaffung, – Pollen der blühenden Gottheit,
Gelenke des Lichtes, Gänge, Treppen, Throne,
Räume aus Wesen, Schilde aus Wonne, Tumulte
stürmisch entzückten Gefühls und plötzlich, einzeln,
Spiegel: die die entströmte eigene Schönheit
wiederschöpfen zurück in das eigene Antlitz.

Denn wir, wo wir fühlen, verflüchtigen; ach wir
atmen uns aus und dahin; von Holzglut zu Holzglut
geben wir schwächern Geruch. Da sagt uns wohl einer:
ja, du gehst mir ins Blut, dieses Zimmer, der Frühling
füllt sich mit dir . . . Was hilfts, er kann uns nicht halten,
wir schwinden in ihm und um ihn. Und jene, die schön sind,
o wer hält sie zurück? Unaufhörlich steht Anschein
auf in ihrem Gesicht und geht fort. Wie Tau von dem Frühgras
hebt sich das Unsre von uns, wie die Hitze von einem
heißen Gericht. O Lächeln, wohin? O Aufschaun:
neue, warme, entgehende Welle des Herzens –;
weh mir: wir sinds doch. Schmeckt denn der Weltraum,
in den wir uns lösen, nach uns? Fangen die Engel
wirklich nur Ihriges auf, ihnen Entströmtes,
oder ist manchmal, wie aus Versehen, ein wenig
unseres Wesens dabei? Sind wir in ihre
Züge so viel nur gemischt wie das Vage in die Gesichter
schwangerer Frauen? Sie merken es nicht in dem Wirbel
ihrer Rückkehr zu sich. (Wie sollten sie’s merken.)

Liebende könnten, verstünden sie’s, in der Nachtluft
wunderlich reden. Denn es scheint, daß uns alles
verheimlicht. Siehe, die Bäume sind; die Häuser,
die wir bewohnen, bestehn noch. Wir nur
ziehen allem vorbei wie ein luftiger Austausch.
Und alles ist einig, uns zu verschweigen, halb als
Schande vielleicht und halb als unsägliche Hoffnung.

Liebende, euch, ihr in einander Genügten,
frag ich nach uns. Ihr greift euch. Habt ihr Beweise?
Seht, mir geschiehts, daß meine Hände einander
inne werden oder daß mein gebrauchtes
Gesicht in ihnen sich schont. Das giebt mir ein wenig
Empfindung. Doch wer wagte darum schon zu sein?
Ihr aber, die ihr im Entzücken des anderen
zunehmt, bis er euch überwältigt
anfleht: nicht mehr –; die ihr unter den Händen
euch reichlicher werdet wie Traubenjahre;
die ihr manchmal vergeht, nur weil der andre
ganz überhand nimmt: euch frag ich nach uns. Ich weiß,
ihr berührt euch so selig, weil die Liebkosung verhält,
weil die Stelle nicht schwindet, die ihr, Zärtliche,
zudeckt; weil ihr darunter das reine
Dauern verspürt. So versprecht ihr euch Ewigkeit fast
von der Umarmung. Und doch, wenn ihr der ersten
Blicke Schrecken besteht und die Sehnsucht am Fenster,
und den ersten gemeinsamen Gang, ein Mal durch den Garten:
Liebende, seid ihrs dann noch? Wenn ihr einer dem andern
euch an den Mund hebt und ansetzt –: Getränk an Getränk:
o wie entgeht dann der Trinkende seltsam der Handlung.

Erstaunte euch nicht auf attischen Stelen die Vorsicht
menschlicher Geste? war nicht Liebe und Abschied
so leicht auf die Schultern gelegt, als wär es aus amderm
Stoffe gemacht als bei uns? Gedenkt euch der Hände,
wie sie drucklos beruhen, obwohl in den Torsen die Kraft steht.
Diese Beherrschten wußten damit: so weit sind wirs,
dieses ist unser, uns so zu berühren; stärker
stemmen die Götter uns an. Doch dies ist Sache der Götter.

Fänden auch wir ein reines, verhaltenes, schmales
Menschliches, einen unseren Streifen Fruchtlands
zwischen Strom und Gestein. Denn das eigene Herz übersteigt uns
noch immer wie jene. Und wir können ihm nicht mehr
nachschaun in Bilder, die es besänftigen, noch in
göttliche Körper, in denen es größer sich mäßigt.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923