La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke

   

     Alberi della vita, oh, quando giunge
l’Inverno su di voi?
Fusi non siamo in unità concorde:
come gli uccelli migratori, ai rami.
Sopravanzati sempre, e troppo tardi,
incavalchiamo i vènti all’improvviso;
e cadiamo entro stagni inospitali.
Nel senso del fiorire, è incluso già
il senso, in noi, dell’appassir fiorendo;
mentre vi son leoni, in altre plaghe,
che vanno e che non sanno
(fin quando, in loro, è maestà di forze)
la perentoria sorte del declino.

     Ma noi, quando ci assorbe
tutti un obbietto,
un altro ne avvertiamo, che si sfoggia
a contrastargli, duplice, lo spazio.
L’ostilità degli uomini e del mondo:
ecco, la vicinanza piú vicina.
Anche gli Amanti, che, nel mutuo darsi,
spazio si promettean  fuga ed asilo,
urtano senza posa uno nell’altro:
come in un duro limite di pietra.
Penosamente,
alla forma dell’Attimo nel tempo
si prepara uno sfondo di contrasto,
su cui spicchi piú chiara ai nostri sguardi.
… La vita è sempre esplicita e lampante.
D’ogni senso, per noi, si manifesta
solo ciò che lo plasma dal di fuori:
non il profilo in cui si circoscrive.
Chi non sedette innanzi al proprio cuore,
trepido come innanzi ad un velario?
Si aprí… Sullo scenario di un addio.
Uno scenario noto. Vi oscillava
il solito giardino. Lentamente.
E venne il Danzatore.
Non Lui. Ma la sua maschera nel mondo.
Anche se si fa lieve ad ogni gesto,
è travestito. E tornerà, fra poco,
il borghesuccio che (quando rincasa)
per la cucina, accede alla sua stanza.
Non voglio queste maschere incompiute!
Meglio la marionetta, ch’è totale.
Sopporterò l’involucro ed i fili,
e quel suo vólto fatto di apparenza.
Eccomi. Sono pronto allo spettacolo.
Anche se adesso muoiono le lampade,
ed una voce mormora: Si chiude;
anche se spira dalla scena il vuoto
in un soffio di cenere e di freddo;
anche se accanto non mi siede, muto,
neppur uno de’ miei defunti antichi;
ecco, rimango. Ché qualcosa resta,
da contemplare.

     … E non è giusto?
Tu, padre mio, cui tanto amara parve
la vita, assaporando l’amarezza
di questa mia nei primi sorsi lenti
del mio destino,
e che tornavi a rigustarlo, mentre
cresceva col mio crescere; e, turbato
da un sì strano sapore di futuro,
scrutavi in fondo al velo de’ miei sguardi;
padre, che dentro me (anche defunto)
séguiti spesso a vivere di angoscia
in ogni mia speranza:
ed abbandoni
(solo a partecipar, di cosí poco,
al mio destino) la sovrana immensa
pace dei morti;
non è giusto, padre?
E voi, creature,
voi che mi amaste per l’esiguo inizio
d’amore ch’io vi diedi; e donde súbito
mi allontanavo,
perché lo spazio di quel vostro vólto
mi sconfinava — amato — per gli spazii
del mondo, in cui non eravate piú;
non è giusto, creature?
Non è giusto, se attendere mi piace
innanzi al palco delle marionette?
E farmi, dentro, tutto quanto, e solo,
occhi voraci ?… In sino a quando, alfine,
a pareggiare il peso degli sguardi,
ecco un Angelo attore: che discende
sovra quel palco,
per raddrizzar le marionette in piedi.
La marionetta e l’Angelo, nel mondo.
Ed ora, lo spettacolo incomincia.
Compaginata, alfine, è l’unità,
che noi, vivendo, dissociammo ognora.
Dalle nostre stagioni, ora soltanto,
il ciclo dell’intiera metamorfosi
si compie e chiude.
Adesso sopra noi, fuori di noi,
è l’Angelo che recita nel mondo.
Guarda! I morenti non sospetterebbero
fino a qual punto tutto ciò che nasce
dal nostro agire è solamente inganno.
Nulla è, davvero, ciò che sembra essere.
Ore beate dell’infanzia, quando
dietro ogni forma respirava, intenso,
piú che il passato; e innanzi a noi non era
ancóra l’avvenire!
Noi crescevamo. E ci assillava l’ansia
di farci grandi in fretta, per coloro
cui non restava piú ch’essere grandi.
E nel nostro cammino solitario,
era la gioia, in noi, di ciò che dura.
Si viveva, cosí, nell’intervallo
ch’è tra il balocco e il mondo:
in uno spazio primigenio, fatto
solo per contenere un puro evento.

     Chi mai darà figura
all’essenza ineffabile del bimbo?
Chi, Stella, lo porrà fra l’altre stelle,
e in mano gli darà la sua misura:
la misura infinita del distacco?
Chi renderà la morte del fanciullo
col tozzo grigio che diviene pietra,
o gliela lascierà — torso di pomo —
nella bocca rotonda e piccolina?
Nel mistero scrutar degli omicidi,
è agevol cosa. Ma questo: la morte,
tutta la morte, — prima della vita —
chiudere tanto dolcemente in sé,
senza rancore;
è questo, l’indicibile prodigio.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die vierte Elegie

O Bäume Lebens, o wann winterlich?
Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zug-
vögel verständigt. Überholt und spät,
so drängen wir uns plötzlich Winden auf
und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
Und irgendwo gehn Löwen noch und wissen,
solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

Uns aber, wo wir Eines meinen, ganz,
ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
ist uns das Nächste. Treten Liebende
nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
mit uns. Wir kennen den Kontur
des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.
Leicht zu verstehen. Der bekannte Garten,
und schwankte leise: dann erst kam der Tänzer.
Nicht der. Genug! Und wenn er auch so leicht tut,
er ist verkleidet und er wird ein Bürger
und geht durch seine Küche in die Wohnung.
Ich will nicht diese halbgefüllten Masken,
lieber die Puppe. Die ist voll. Ich will
den Balg aushalten und den Draht und ihr
Gesicht aus Aussehn. Hier. Ich bin davor.
Wenn auch die Lampen ausgehn, wenn mir auch
gesagt wird: Nichts mehr –, wenn auch von der Bühne
das Leere herkommt mit dem grauen Luftzug,
wenn auch von meinen stillen Vorfahrn keiner
mehr mit mir dasitzt, keine Frau, sogar
der Knabe nicht mehr mit dem braunen Schielaug:
Ich bleibe dennoch. Es giebt immer Zuschaun.

Hab ich nicht recht? Du, der um mich so bitter
das Leben schmeckte, meines kostend, Vater,
den ersten trüben Aufguß meines Müssens,
da ich heranwuchs, immer wieder kostend
und, mit dem Nachgeschmack so fremder Zukunft
beschäftigt, prüftest mein beschlagnes Aufschaun, –
der du, mein Vater, seit du tot bist, oft
in meiner Hoffnung, innen in mir, Angst hast,
und Gleichmut, wie ihn Tote haben, Reiche
von Gleichmut, aufgiebst für mein bißchen Schicksal,
hab ich nicht recht? Und ihr, hab ich nicht recht,
die ihr mich liebtet für den kleinen Anfang
Liebe zu euch, von dem ich immer abkam,
weil mir der Raum in eurem Angesicht,
da ich ihn liebte, überging in Weltraum,
in dem ihr nicht mehr wart…: wenn mir zumut ist,
zu warten vor der Puppenbühne, nein,
so völlig hinzuschaun, daß, um mein Schauen
am Ende aufzuwiegen, dort als Spieler
ein Engel hinmuß, der die Bälge hochreißt.
Engel und Puppe: dann ist endlich Schauspiel.
Dann kommt zusammen, was wir immerfort
entzwein, indem wir da sind. Dann entsteht
aus unsern Jahreszeiten erst der Umkreis
des ganzen Wandelns. Über uns hinüber
spielt dann der Engel. Sieh, die Sterbenden,
sollten sie nicht vermuten, wie voll Vorwand
das alles ist, was wir hier leisten. Alles
ist nicht es selbst. O Stunden in der Kindheit,
da hinter den Figuren mehr als nur
Vergangnes war und vor uns nicht die Zukunft.
Wir wuchsen freilich und wir drängten manchmal,
bald groß zu werden, denen halb zulieb,
die andres nicht mehr hatten, als das Großsein.
Und waren doch, in unserem Alleingehn,
mit Dauerndem vergnügt und standen da
im Zwischenraume zwischen Welt und Spielzeug,
an einer Stelle, die seit Anbeginn
gegründet war für einen reinen Vorgang.

Wer zeigt ein Kind, so wie es steht? Wer stellt
es ins Gestirn und giebt das Maß des Abstands
ihm in die Hand? Wer macht den Kindertod
aus grauem Brot, das hart wird, – oder läßt
ihn drin im runden Mund, so wie den Gröps
von einem schönen Apfel?…… Mörder sind
leicht einzusehen. Aber dies: den Tod,
den ganzen Tod, noch vor dem Leben so
sanft zu enthalten und nicht bös zu sein,
ist unbeschreiblich.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Un commento su “La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke

  1. nerodavideazzurro ha detto:

    Poesia (con la maiuscola).

    Piace a 1 persona

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