Insieme ancora – Yves Bonnefoy

Auguste Rodin, Mains d’amants, 1904, Musée Rodin, Paris

II

Coppa della fiducia,
Forgiata nell’argilla dei grandi vocaboli,
Ben sappiamo
Che la tua forma è informe, ma che importa,
Amare ci è prova maggiore. Avevo eletta
Nella lieta illusione di un primo giorno,
Una pietra, l’arenaria. O amica mia,
Serbiamole questo bel nome. Prendo la tua mano,
Questo battito al polso è il fiume.

E le nostre mani che si cercano, si trovano, si amano,
Abbiamo forgiato un’altra vita,
La coppa è nata soltanto dai nostri palmi
Che si sfiorano, si urtano, si sovrappongono
In questa creta, il desiderio, nell’amare, questo voto.

Poi, nell’incavo dell’argilla, questi occhi nuovi,
Fu, lo capimmo,
Questo stesso bagliore che avevamo
Amato veder sorgere, presto, fin da prima del giorno,
Da sotto la cima ancora indistinta
Delle nostre montagne basse: e che silenti
Annunci nel metallo in fiamme
Dell’immensa dolcezza che sarebbe stata l’alba!
Alberi apparivano, uno dopo l’altro,
Ancora scuri, si sarebbe detto, da quei segni
Che parevano disegnare su uno sfondo di bruma,
Che un dio benevolo concepisse,
Talmente era perfetta,
Questa terra, per conciliare vita e spirito.
L’anello che non mettemmo al nostro dito,
Lo sia questo luogo,
Evidenza senza prova, sufficiente.

Era reale, ciò che fummo,
Il riccio di un’attesa che un giorno
L’avrebbe aperta, con la sua debole stretta, invincibile?
Blu questa china sotto il nostro sentiero,
Silenziosa la staccionata della nostra soglia,
Alti sono i fumi. Il visibile è l’essere,
E l’essere, ciò che riunisce. O tu, e tu,
Vita nata dalla nostra vita,
Voi mi tendete le mani, che si stringono,
Le vostre dita sono sia l’Uno che il molteplice,
I vostri palmi sono il cielo e le sue stelle.
Siete voi che reggete il grande libro.
Meglio, che lo fate nascere, facendolo riaffiorare,
Pagine cariche di segni, di questo abisso
Che è la cosa in attesa del suo nome.

Mi ricordo.
La notte era stata il bel temporale
Poi, ai corpi scarmigliati
La complice acquiescenza del sonno.
All’alba il bambino è entrato nella stanza.
La mattinata, fu
Capire quanto fossero reali i frutti visti in sogno,
Placabili le seti. E che la luce
Può immobilizzarsi, è la felicità,
Mi ricordo. È ricordarmi?
O è immaginare? Facilmente valicabile
Il confine laggiù fra tutto e nulla.

Yves Bonnefoy

(Traduzione inedita di Fabio Scotto)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Settembre 2016, N. 318, Crocetti Editore

∗∗∗

Ensembre encore

II

Coupe de la confiance,
Façonnée dans l’argile des grands vocables,
Nous savons bien
Que ta forme est informe, mais qu’importe,
Aimer nous prouve plus. J’avais élu
Dans l’illusion heureuse d’un premier jour,
Une pierre, le safre. Ô mon amie,
Gardons-lui ce beau nom. Je prends ta main,
Ce battement au poignet, c’est le fleuve.

Et nos mains se cherchant, se trouvant, s’aimant,
Nous avons façonné une autre vie,
La coupe est née de seulement nos paumes
Se frôlant, se heurtant, se chevauchant
Dans cette glaise, le désir, dans aimer, ce vœu.

Puis, au creux de l’argile, ces yeux nouveaux,
Ce fut, nous le comprîmes,
Cette même lueur que nous avions
Aimé voir sourdre, tôt, dès avant le jour,
De sous la cime encore peu distincte
De nos montagnes basses: et quels apprêts
Silencieux dans le métal en feu
De l’immense douceur que serait l’aube!
Un arbre puis un arbre paraissaient,
Encore noirs, on eût cru, à ces signes
Qu’ils semblaient dessiner sur fond de brume,
Qu’un dieu de bienveillance concevait,
Si parfaite était-elle,
Cette terre, pour concilier esprit et vie.
L’anneau que nous ne mîmes pas à notre doigt,
Ce lieu le soit,
Évidence sans preuve, suffisante.

Était-ce du réel, ce que nous fûmes,
La bogue d’une attente qui la fendrait
Un jour, de sa poussée faible, invincible?
Bleue cette pente au bas de notre chemin,
Silencieuse la barrière de bois de notre seuil,
Hautes sont les fumées. Le visible est l’être,
Et l’être, ce qui rassemble. Ô toi, et toi,
Vie née de notre vie,
Vous me tendez vos mains, qui se réunissent,
Vos doigts sont à la fois l’Un et le multiple,
Vos paumes sont le ciel et ses étoiles.
C’est vous aussi qui tenez le grand livre,
Non, qui le faites naître, le remontant,
Pages chargées de signes, de ce gouffre
Qu’est la chose en attente de son nom.

Je me souviens.
La nuit avait été le bel orage
Puis, aux corps en désordre
L’acquiescement complice du sommeil.
Au jour l’enfant est entré dans la chambre.
La matinée, ce fut
De comprendre réels les fruits vus en rêve,
Apaisables les soifs. Et que la lumière
Peut s’immobiliser, c’est le bonheur.
Je me souviens. Est-ce me souvenir?
Ou est-ce imaginer? Aisément franchissable
La frontière là-bas entre tout et rien.

Yves Bonnefoy

da “Ensemble encore, suivi de Perambulans in noctem”, Mercure de France, 2016

Il sole – Aldo Nove

 

Perché c’erano strade su cui andare
e il cielo da guardare che incombeva

si rovesciava e il sole si scioglieva
al suolo, prorompeva dalle piante
incolte, arbusti prossimi all’asfalto

tra i gas dei camion si faceva largo
il sole. Dentro un concavo di voci

piú piccole, a miriadi di colori,
piú nuvole le voci
in un intreccio

ci scivolavo dentro.
Erano gli anni.

Aldo Nove

da “Addio Mio Novecento”, Einaudi, Torino, 2014

«Io ero solamente ciò… » – Iosif Aleksandrovic Brodskij

Joseph Brodsky and wife Maria Sozzani

 

Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui – notte fonda, corvina –
la fronte reclinavi tu.

Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.

Sei tu ardente, che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell’udito
a destra, a manca, là, qui.

Tu che nell’umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.

Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie

così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.

E, gettata così
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell’universo,
ruota la sfera e va.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

1980

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif  Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

***

«Я был только тем, чего…»

Я был только тем, чего
ты касалась ладонью,
над чем в глухую, воронью
ночь склоняла чело.

Я был лишь тем, что ты
там, внизу, различала:
смутный облик сначала,
много позже — черты.

Это ты, горяча,
ошую, одесную
раковину ушную
мне творила, шепча.

Это ты, теребя
штору, в сырую полость
рта вложила мне голос,
окликавший тебя.

Я был попросту слеп.
Ты, возникая, прячась,
даровала мне зрячесть.
Так оставляют след.

Так творятся миры,
Так, сотворив, их часто
оставляют вращаться,
расточая дары.

Так, бросаем то в жар,
то в холод, то в свет, то в темень,
в мирозданьи потерян,
кружится шар.

Иосиф Александрович Бродский

1980

da “Novye stansy k Avguste”, Ardis, Ann Arbor, 1983

Aspettando le vesti – Leanne O’Sullivan

Il giorno che i dottori e le infermiere
hanno i loro colloqui settimanali coi pazienti,
siedo aspettando il mio turno fuori dello studio,
schiena al muro, gambe raccolte sotto il mento,

giocando con il lembo della mia camicia bianca da ospedale.
Hanno preso ogni cosa che a loro giudizio
doveva esser presa – le mie vesti, i miei libri,
la mia musica, come se venir spogliata

facesse parte della cura, come rimuovere il fodero
da una lama che ha fatto strage.
Hanno detto: aspetta qualche giorno, e se fai la brava
potrai riavere le tue cose. Avevano preso

il mio diario, la mia parola fatta carne, e penso
a questi dottori che mi conoscono nuda,
mi tengono per la spina dorsale, due dita
sotto il collo, come si tiene un bimbo,

mi cavano l’anima dalle costole,
sfogliano le pagine dei miei pensieri,
come se mi leggessero la mano,
il mio nome sotto di loro come una confessione,

che sono padroni di questa ragazza, che rivendicano
questo mondo di oscurità, leggerezza, morte
e nascita. È nelle loro mani come una sagola di salvataggio,
e io mi sento in caduta libera o a pezzi.

Sentono la mia voce mentre leggono
e pensano: Chi è questa ragazza che parla?
Io conosco la fine, a loro lo dice lei.
È l’ultima riga, sia sorgente che termine.

È ciò per cui gli oceani cantano, come si muove il sole,
un luogo per i cartografi dove cominciare.
Dietro la porta, niente è detto.
Come sogni, le mie vesti escono dalle scatole.

Leanne O’Sullivan

(Traduzione di Alessandro Gentili)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVI, Novembre 2013, N. 287, Crocetti Editore

∗∗∗

Waiting For My Clothes 

The day the doctors and nurses are having
their weekly patient interviews, I sit waiting
my turn outside the office, my back to the wall,
legs curled up under my chin, playing

with the hem of my white hospital gown.
They have taken everything they thought
should be taken – my clothes, my books
my music, as if being stripped of these

were part of the cure, like removing the sheath
from a blade that has slaughtered.
They said, Wait a few days, and if you’re good
you can have your things back. They’d taken

my journal, my word made flesh, and I think
of those doctors knowing me naked,
holding me by my spine, two fingers
under my neck, the way you would hold a baby,

taking my soul from between my ribs
and leafing through the pages of my thoughts,
as if they were reading my palms,
and my name beneath them like a confession,

owning this girl, claiming this world
of blackness and lightness and death
and birth. It lies in their hands like a life-line,
and I feel myself fall open or apart.

They hear my voice as they read
and think, Who is this girl that is speaking?
I know the end, she tells them.
It is the last line, both source and closing.

It is what oceans sing to, how the sun moves,
a place for the map-maker to begin.
Behind the door, nothing is said.
Like dreams, my clothes come out of their boxes.

Leanne O’Sullivan

da “Waiting For My Clothes”, Bloodaxe Books Ltd, Tyne and Wear, 2004