Una parola sull’estate – Ghiorgos Seferis

Foto di Anna Pavlova

 

Siamo tornati all’autunno. L’estate
come un quaderno di cui siamo stanchi
rimane piena di cancellature
di schizzi astratti a margine, di punti di domanda.
Siamo tornati all’epoca degli occhi che rimirano
nello specchio alla luce artificiale,
serrate labbra, estranei gli uomini
nelle vie nelle stanze sotto gli alberi di pepe
mentre i fari delle automobili uccidono
migliaia di maschere pallide.
Siamo tornati: partiamo sempre per tornare
al deserto, un pugno di terra nelle palme vuote.

Pure, ho amato una volta il Boulevard Singròs,
duplice ondeggiamento, come di culla, della grande strada
che ci lasciava prodigiosamente al mare
perenne, per lavarci dei peccati;
ho amato sconosciuti
incontrati d’un tratto al trapasso del giorno,
monologanti come capitani d’un’armata sommersa,
segni che il mondo è grande.
Pure, ho amato le strade di qui, queste colonne;
anche se nacqui all’altra sponda, accanto
a giunchi e canne,
isole dove l’acqua sgorgava nella sabbia a dissetare
il vogatore, anche se nacqui accanto al mare
che dipano e sdipano fra le mie dita quando sono stanco −
non so più dove nacqui.

Rimane ancora il giallo stillicidio, l’estate:
le tue mani che sfiorano meduse sopra l’acqua,
i tuoi occhi svelati all’improvviso, i primi
occhi del mondo, e le grotte marine,
i piedi nudi sulla terra rossa.
Rimane ancora il biondo efebo impietrato, l’estate:
un po’ di sale asciutto nel cavo d’uno scoglio
un po’ d’aghi di pino dopo la pioggia, sparsi
e rossi come reti sbrindellate.

Non li capisco questi visi, non li capisco:
imitano la morte e poi di nuovo
brillano con la vita umile d’una lucciola
con uno sforzo limitato, disperato
serrato fra due rughe,
fra due tavolini di caffè pieni di macchie,
s’uccidono, s’estenuano
e come francobolli incollano sul vetro
visi d’un’altra razza.

Abbiamo camminato insieme, abbiamo spartito il pane e il sonno
e provato la stessa fitta d’amaro del distacco,
abbiamo edificato con le pietre che avevamo le case,
siamo saliti a bordo, siamo stati esuli e reduci,
abbiamo ritrovato le donne ad aspettare,
ci hanno riconosciuto a stento, più nessuno ci conosce.
I miei compagni hanno portato le statue, hanno portato
le nude sedie vuote dell’autunno, i compagni
hanno ammazzato i loro visi: non li capisco.
Rimane ancora il giallo deserto, l’estate:
onde di sabbia in fuga fino all’ultimo cerchio,
un ritmo di tamburo implacato, sconfinato,
occhi di fuoco naufraghi nel sole,
mani con gesti d’uccelli che incidono il cielo
e salutano file di morti sull’attenti,
mani perse in un punto che non domino e mi vince:
le tue mani sfioranti l’onda libera.

Ghiorgos Seferis

(autunno 1936)

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Quaderno d’esercizi, 1940: Schizzi per un’estate”

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

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