Lo sguardo di ferro non si piega nella dimora dell’essere – Piero Bigongiari

André Kertész, Elevated Train Platform, New York, 1937

 

Fuoco di notte, spada che sguaina
i vivi ai morti, miccia folgorante
verso il sottopassaggio
dell’Arca, così detto perché forse
qualcosa si solleva all’orizzonte azzurrino
se i binari ancora lungimirano
violenti attorno a casa mia
né il forzuto ricordo riesce,
col vento che strisciava sufolando
vespertino dall’antica via
del Vento su per soglie androni scale,
avviata allo spasimo la mente
– quelle scale ricurve -, a piegarli, a spiegarli.

Nel trepestio ferito degli scambi
avviandosi a filo delle more
lacerate dai fischi, in mezzo ai gelsi e ai filugelli
covata alfine soddisfatta, intesero
essi intesero, essi, i non piegabili,
sui glicini fiorire inesplicata
la voce della madre, inesplicabili
le carezze sul fuoco hanno modellato
il fuoco, la ciotola
con la poca minestra raffreddandosi
lentamente in un canto,
la fame che saliva accalorata
pel cammino in convolvoli violacei.

Ma serpenti di fango odono crescere
strisciando tra loriche l’acqua, smossa
da un altro fuoco traversare lenta
la strada, non è l’Arca a sollevarsi
con le antiche bestemmie zoomorfe
dei facchini patriarchi: sollevavano
pesi immensi, facevano discendere
gli animali salvati. Più lontano
l’azzurro rabescato delle fruste
barriva di probosciti oscillanti.
Ma la madre era in alto, il regno della
madre, all’asciutto, intangibile ai tentacoli,
era lei a tentarli dal fuoco, azzurrini, soffiandovi sopra
perché il cibo fosse anche la fine della tentazione,
il semel una volta per tutte colasse di latte tepido.

Non la maschera nutre le sue lacrime
né il fango può impastarsene a sufficienza,
ma è questa morte che vive nuda tra le spine tenere,
questa ferita che non brucia ancora dove il fuoco si stamperà,
a dirti che l’asciutto dovrà infangarsi
mentre l’irriconoscibile sarà conosciuto: lì apri impietosa la ferita,
allargane le labbra: anche la ferita ha una maschera,
può piangere il suo sangue insufficiente,
può lasciarti rigata sul tuo volto
l’impronta dell’abbraccio insanguinato.
Tu deponila accanto al pane e al vino
rimasto nel bicchiere, riprendi la carezza dalla fiamma,
apri la porta all’acqua infuocata con calma,
lávati il volto, né ti voltare, non ti voltare
finché la vergogna non te l’abbia asciugato.
Ma non vergognarti di vergognarti: è la felicità
leggera e soffice come il semel materno
sollevato dal latte come una spuma tepida di sangue.

Piero Bigongiari

10 -11 febbraio ’74

da “Il tuo amore si è fermato sotto un sicomoro”, in  “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Primamente – Paul Éluard

Foto di Nina Ai-Artyan

 

Io te l’ho detto per le nuvole
Te l’ho detto per l’albero del mare
Per ogni onda per i nidi tra le foglie
I sassi del rumore
Le mani familiari
Per l’occhio che si fa viso o paese
E il sonno gli riporta cieli del suo colore
Per la notte goccia a goccia
Per la grata delle vie
Per la finestra aperta per la fronte scoperta
Pei tuoi pensieri e le parole te l’ho detto
Ogni carezza ogni fiducia sopravvivono.

*

Tu la sola e le odo le erbe del tuo riso
Tu e ti rapisce la fronte
E dalla vetta dei rischi di morte
Sotto i globi confusi delle valli piovose
Sotto la luce greve sotto il cielo di terra
Generi la caduta.
Non basta piú il rifugio degli uccelli
Né pigrizia o stanchezza
Il ricordo di boschi e rivi fragili
All’alba dei capricci
All’alba di abbracci visibili
All’alba alta dell’assenza la caduta.

Le barche dei tuoi occhi si disperdono
Lungo i merletti delle sparizioni
È svelato l’abisso agli altri estinguerlo
L’ombre da te create non hanno diritto alla notte.

*

Amor mio se tu hai figurati i miei desideri
Levate le labbra al cielo delle tue parole come un astro
I tuoi baci nella notte viva
E intorno a me il solco delle braccia
Come una fiamma in segno di conquista
Sono al mondo i miei pensieri
Chiari e perpetui

E quando non sei qui
Io sogno che dormo io sogno che sogno.

*

Mi basta una carezza
E brilla il tuo splendore.

*

La terra è blu come un’arancia
Mai uno sbaglio le parole non sanno mentire
Piú non vi dànno da cantare
Che al giro dei baci si intendano
I dementi e gli amori
Lei le labbra d’intesa
I segreti sorrisi
Che vesti d’indulgenza
Crederla tutta nuda.

Le vespe fioriscono verde
L’aurora s’incollana
Un vezzo di finestre
Ali coprono le foglie
Ogni gioia solare
Ogni sole sul mondo
Lungo i sentieri della tua bellezza.

*

Il sonno ti ha presa la forma
Dei tuoi occhi la colora.

*

La fronte ai vetri come chi veglia in pena
Cielo di notte che ho già valicata
Pianure ora minuscole nelle mie mani schiuse
Nel duplice orizzonte inerte indifferente
La fronte ai vetri come chi veglia in pena
Oltre l’attesa
Oltre me stesso ti chiamo
E non so piú tanto t’amo
Chi di noi è l’assente.

*

I corvi divagano sui campi
La notte si spegne
Per un capo che si desta
Chiome bianche ultimo sogno
Si fanno luce col sangue le mani
Con le carezze
Una stella di nome azzurro
E di forma terrestre

Pazza di grida a piena gola
Pazza di sogni
Tu che hai ali di suora ciclone
Infanzia breve pazza di gran venti
Come faresti la bella la vaga
Non riderà piú
L’ignoranza l’indifferenza
Non svelano il loro segreto

Non sai piú salutare a tempo
Né confrontarti ai miracoli
Tu non m’ascolti
Ma la tua bocca condivide
L’amore e grazie alla tua bocca
E dietro il velo di nebbia dei baci
Siamo insieme noi due.

*

Doveva pur esserci un viso
Con tutti i nomi del mondo.

Paul Éluard

(Traduzione di Franco Fortini)

da “L’amour la poésie”, 1929, in “Paul Éluard, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1955

***

Premièrement

Je te l’ai dit pour les nuages
Je te l’ai dit pour l’arbre de la mer
Pour chaque vague pour les oiseaux dans les feuilles
Pour les cailloux du bruit
Pour les mains familières
Pour l’oeil qui devient visage ou paysage
Et le sommeil lui rend le ciel de sa couleur
Pour toute la nuit bue
Pour la grille des routes
Pour la fenêtre ouverte pour un front découvert
Je te l’ai dit pour tes pensées pour tes paroles
Toute caresse toute confiance se survivent.

*

Toi la seule et j’entends les herbes de ton rire
Tois c’est ta tête qui t’enlève
Et du haut des dangers de mort
Sous les globes brouillés de la pluie des vallées
Sous la lumière lourde sous le ciel de terre
Tu enfantes la chute.
Les oiseaux ne sont plus un abri suffisant
Ni la paresse ni la fatigue
Le souvenir des bois et des ruisseaux fragiles
Au matin des caprices
Au matin des caresses visibles
Au grand matin de l’absence la chute.

Les barques de tes yeux s’égarent
Dans la dentelle des disparitions
Le gouffre est dévoilé aux autres de l’éteindre
Les ombres que tu crées n’ont pas droit à la nuit.

*

Mon amour pour avoir figuré mes désirs
Mis tes lèvres au ciel de tes mots comme un astre
Tes baisers dans la nuit vivante
Et le sillage de tes bras autour de moi
Comme une flamme en signe de conquête
Mes rêves sont au monde
Clairs et perpétuels.

Et quand tu n’es pas là
Je rêve que je dors je rêve que je rêve.

*

D’une seule caresse
Je te fais briller de tout ton éclat.

*

La terre est bleue comme une orange
Jamais une erreur les mots ne mentent pas
Ils ne vous donnent plus à chanter
Au tour des baisers de s’entendre
Les fous et les amours
Elle sa bouche d’alliance
Tous les secrets tous les sourires
Et quels vêtements d’indulgence
A la croire toute nue.

Les guêpes fleurissent vert
L’aube se passe autour du cou
Un collier de fenêtres
Des ailes couvrent les feuilles
Tu as toutes les joies solaires
Tout le soleil sur la terre
Sur les chemins de ta beauté.

*

Le sommeil a pris ton empreinte
Et la colore de tes yeux.

*

Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin
Ciel dont j’ai dépassé la nuit
Plaines toutes petites dans mes mains ouvertes
Dans leur double horizon inerte indifférent
Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin
Je te cherche par delà l’attente
Par delà moi-même
Et je ne sais plus tant je t’aime
Lequel de nous deux est absent.

*

Les corbeaux battent la campagne
La nuit s’éteint
Pour une tête qui s’éveille
Les cheveux blancs le dernier rêve
Les mains se font jour de leur sang
De leurs caresses
Une étoile nommée azur
Et dont la forme est terrestre

Folle des cris à pleine gorge
Folle des rêves
Folle aux chapeaux de sœur cyclone
Enfance brève folle aux grands vents
Comment ferais-tu la belle la coquette
Ne rira plus
L’ignorance l’indifférence
Ne révèlent pas leur secret

Tu ne sais pas saluer à temps
Ni te comparer aux merveilles
Tu ne m’écoutes pas
Mais ta bouche partage l’amour
Et c’est par ta bouche
Et c’est derrière la buée de nos baisers
Que nous sommes ensemble.

*

Il fallait bien qu’un visage
Réponde à tous les noms du monde.

Paul Éluard

da “L’amour la poésie”, «N. R. F.», Paris, 1929

Continuità – Mario Luzi

Clarissa Bonet, On the Edge, 2015

 

Forse quanto è possibile è accaduto,
ma da te si rigenera l’attesa,
la piena d’avvenire trattenuta
dal cielo fino all’ultima preghiera
mentre, sempre immaturo, con perenne
vicenda si ricrea dalle sue ceneri
il domani e ogni giorno precipita deluso
come musica stanca di sgorgare
musica rifluisce alla sorgente.

Così invano consunta dalla vita
la misura del tempo è sempre colma
per me; ed Espero muta sì veloce in Lucifero!
Con uguale ridente mistero
il vento inesauribile ritorna
a spingere la luna quando ancora
stride un cielo copioso fra i palazzi,
gelidi testimoni, sul mio capo.

Mario Luzi

1942

da “Un brindisi”, Sansoni, Firenze, 1946

Il porto – Antonia Pozzi

Arnold Böcklin, Ruine am Meer, 1880

Arnold Böcklin, Ruine am Meer, 1880

 

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

Antonia Pozzi

20 febbraio 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Fiaba – Ted Hughes

Ted Hughes e Silvya Plath

 

Il quarantanove era il tuo numero magico.
Quarantanove questo.
Quarantanove quello. Quarantotto
porte nel tuo alto palazzo potevano essere aperte.
Ogni notte, dopo che eri andata via,
potevo scegliere tra quarantotto stanze.
Ma la quarantanovesima – ne tenevi tu la chiave.
Quella l’avremmo aperta, un giorno, insieme.

Andavi via: una vampata di capelli e un tuffo
nell’abisso.
Ogni notte. Il tuo amante Orco
che per tutto il giorno ritemprava le forze
dentro la morte, aspettava nel baratro
sotto le stelle frementi.
E io avevo quarantotto chiavi, porte e stanze
con cui giocare. Il tuo Orco
era la somma, stipata in una sola carcassa vudù,
di tutti i tuoi amanti passati –
quanti, chi, dove, quando
non lo dicesti mai neppure al tuo diario segreto.
Solo uno splendeva come un vulcano
lontano nella notte.
Ma io non guardai mai, non vidi mai
la sua effigie laggiù, che bruciava nelle tue lacrime
come fosse di catrame.
Come il lume da notte di un bambino addormentato,
consolava il tuo cosmo.
Nel frattempo, quell’Orco era più che sufficiente,
come se ogni notte tu morissi per stargli vicino,
come se volassi via nella morte.
Queste le tue notti. Di giorno,
sorridente, mi ascoltavi
raccontare le sorprese di questa o quella
delle quarantotto stanze.
La tua felicità rendeva soffice il letto.
Una fiaba? Sì.

Fino al giorno in cui gridasti nel sonno
(no, non fui io, come credevi,
fosti tu). Gridasti
il tuo male d’amore per quell’Orco,
la tua supplica gemente.

Coi capelli di ghiaccio, lo sentii echeggiare
per tutti i corridoi del nostro palazzo –
alto lassù fra le aquile. Finché lo sentii
battere alla quarantanovesima porta
come il mio cuore batteva contro le costole.
Un suono spaventoso.
Batteva a quella porta come il mio cuore
che cercava di uscire dal corpo.

L’indomani notte – dopo il tuo tuffo
per ritrovare quelle braccia
che si inarcavano verso di te dalla morte –
trovai quella porta. Col cuore che mi feriva le costole
aprii la quarantanovesima porta
con un filo d’erba. Tu non hai mai saputo
quale passe-partout avessi trovato
in un semplice filo d’erba. Ed entrai.

La quarantanovesima stanza si contorse tutta
al ruggito dell’Orco
che, sfondata la parete, si tuffò
nel suo abisso. Lo intravidi
mentre inciampavo
nel tuo cadavere e cadevo con lui
dentro il suo abisso.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

***

Fairy Tale

Forty-nine was your magic number.
Forty-nine this.
Forty-nine that. Forty-eight
Doors in your high palace could be opened.
Once you were gone off every night
I had forty-eight chambers to choose from.
But the forty-ninth – you kept the key.
We would open that, some day, together.

You went off, a flare of hair and a plunge
Into the abyss.
Every night. Your Ogre lover
Who recuperated all day
Inside death, waited in the chasm
Under the tingling stars.
And I had forty-eight keys, doors, chambers,
To play with. Your Ogre
Was the sum, crammed in one voodoo carcase,
Of all your earlier lovers –
You never told even your secret journal
How many, who, where, when.
Only one glowed like a volcano
Off in the night.
But I never looked, I never saw
His effigy there, burning in your tears
Like a thing of tar.
Like a sleeping child’s night-light,
It consoled your cosmos.
Meanwhile, that Ogre was more than enough,
As if you died each night to be with him,
As if you flew off into death.
So your nights. Your days
With your smile you listened to me
Recounting the surprises of one or other
Of the forty-eight chambers.
Your happiness made the bed soft.
A fairy tale? Yes.

Till the day you cried out in your sleep
(No, it was not me, as you thought.
It was you.) You cried out
Your love-sickness for that Ogre,
Your groaning appeal.

Icy-haired, I heard it echoing
Through all the corridors of our palace –
High there among eagles. Till I heard it
Beating on the forty-ninth door
Like my own heart on my own ribs.
A terrifying sound.
It beat on that door like my own heart
Trying to get out of my body.

The first next night – after your plunge
To find again those arms
Arching towards you out of death –
I found that door. My heart hurting my ribs
I unlocked the forty-ninth door
With a blade of grass. You never knew
What a skeleton key I had found
In a single blade of grass. And I entered.

The forty-ninth chamber convulsed
With the Ogre’s roar
As he burst through the wall and plunged
Into his abyss. I glimpsed him
As I tripped
Over your corpse and fell with him
Into his abyss.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998